Ci sono insegnanti che hanno segnato la sua formazione?
Il professor Forti, le cui lezioni di matematica e fisica mi hanno affascinato e poi aiutato, quando mi sono iscritto a Medicina, a imparare da solo la statistica, che allora all’università non era quasi insegnata. Dalla professoressa Castelfranchi Vegas è nata invece la mia passione per l’arte. Non è un caso se quasi tutte le mie presentazioni scientifiche contengono immagini di quadri.
La passione per la musica proviene invece dalla mia famiglia. Mio papà, che aveva fatto la terza elementare e aveva cominciato a lavorare a otto anni, e mia mamma, che aveva terminato gli studi a dieci, erano di Soragna, a pochi chilometri di distanza da Busseto, dov’è nato Giuseppe Verdi. Insieme alla passione per le sue opere mi hanno trasmesso l’idea che la cultura sia qualcosa di rilevante, cui dare importanza.
I compagni di scuola hanno avuto qualche ruolo nella sua vita?
Com’è nata l’idea di studiare Medicina?
Quanto è importante incontrare ottimi maestri?
Dopo l’università ho cominciato a fare ricerca per caso, frequentando il laboratorio di patologia generale dell’Università di Milano, diretto da Guido Guidotti. Ero allora un ragazzo di bottega e ho potuto imparare le prime tecniche di biologia molecolare, in un contesto d’avanguardia.
Altri mentori importantissimi li ho incontrati all’estero: anche grazie a Robert (Bob) Evans e Charles Dinarello ho potuto dimostrare che i macrofagi, cellule dell’immunità innata coinvolte nell’infiammazione, si fanno “corrompere” dal cancro, diventandone un cruciale alleato.
Un altro incontro decisivo è stato con Silvio Garattini, che mi ha accolto all’Istituto Mario Negri di Milano lasciandomi totale libertà di ricerca e permettendomi di assumere alcuni tecnici che considero maestri altrettanto importanti. I diplomati che uscivano allora dagli istituti tecnici e professionali avevano un sapere paragonabile a quello che, secoli addietro, si poteva maturare nella bottega di Stradivari. Un patrimonio di inestimabile valore.
Cosa può fare la scuola per stimolare i giovani a studiare materie scientifiche?
A Londra una cara amica e grande immunologa, Fran Balkwill, rendendosi conto che i libri per bambini che aveva scritto non bastavano ad appassionarli alla scienza, anni fa ha ideato il Centre of the Cell, un centro educativo scientifico della Queen Mary University di Londra di cui sono docente. Il centro è volutamente situato in una delle parti più disagiate della città: le strade intorno all’università sono desolate, ma quando si entra nel campus si apre un mondo ipertecnologico, da quarto millennio. I laboratori hanno grandi vetrate, che consentono alle persone di vedere dalla strada quel che vi accade. L’idea è permettere non solo ai giovani studenti delle scuole, ma anche a persone comuni, che passano di lì, di ispirarsi e immaginare un futuro più positivo.
Se potesse, quali decisioni prenderebbe sulla scuola italiana?
Alberto Mantovani
Medico e immunologo, è presidente Fondazione Humanitas per la Ricerca, professore emerito e direttore scientifico emerito dell’Istituto Clinico Humanitas, nonché Chair of Inflammation, William Harvey Research Institute, Queen Mary University, Londra. Ha lavorato in Inghilterra e negli Stati Uniti, è membro dell’Accademia dei Lincei e della National Academy of Sciences USA. Da molti anni è il ricercatore italiano a più alto impatto nella letteratura scientifica internazionale. Per la sua attività di ricerca ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti nazionali e internazionali.





