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Tornare in classe

Intervista ad Alberto Mantovani - medico e immunologo

Tempo di lettura stimato: 5 minuti
28 Gennaio 2026
28 Gennaio 2026

Ci sono insegnanti che hanno segnato la sua formazione?

Del Liceo classico Manzoni di Milano ricordo in particolare due insegnanti.
Il professor Forti, le cui lezioni di matematica e fisica mi hanno affascinato e poi aiutato, quando mi sono iscritto a Medicina, a imparare da solo la statistica, che allora all’università non era quasi insegnata. Dalla professoressa Castelfranchi Vegas è nata invece la mia passione per l’arte. Non è un caso se quasi tutte le mie presentazioni scientifiche contengono immagini di quadri.
La passione per la musica proviene invece dalla mia famiglia. Mio papà, che aveva fatto la terza elementare e aveva cominciato a lavorare a otto anni, e mia mamma, che aveva terminato gli studi a dieci, erano di Soragna, a pochi chilometri di distanza da Busseto, dov’è nato Giuseppe Verdi. Insieme alla passione per le sue opere mi hanno trasmesso l’idea che la cultura sia qualcosa di rilevante, cui dare importanza.

I compagni di scuola hanno avuto qualche ruolo nella sua vita?

Tra le tante fortune che ho avuto, forse la più importante è stata conoscere mia moglie Nicla, che frequentava lo stesso liceo. Con la maggior parte dei compagni di classe, tra cui Giovanni Pianosi, medico del lavoro e volontario in Africa, mantengo legami profondi, quasi fraterni.

Com’è nata l’idea di studiare Medicina?

Dopo la maturità ero convinto che mi sarei iscritto a Fisica. Durante l’estate andai in Inghilterra, nell’ambito di un programma di volontariato che riuniva ragazzi di diverse nazioni europee nella convinzione che esperienze condivise potessero in qualche modo favorire la pace in un continente in cui, pochi anni prima, erano morti milioni di giovani. Invece di essere impiegato in lavori manuali, come mi aspettavo, fui casualmente assegnato al reparto psichiatrico di un ospedale di Oxford. E cambiai idea.

Quanto è importante incontrare ottimi maestri?

È fondamentale, nelle scuole e università pubbliche che ho frequentato, come anche i miei quattro figli e dieci nipoti.
Dopo l’università ho cominciato a fare ricerca per caso, frequentando il laboratorio di patologia generale dell’Università di Milano, diretto da Guido Guidotti. Ero allora un ragazzo di bottega e ho potuto imparare le prime tecniche di biologia molecolare, in un contesto d’avanguardia.
Altri mentori importantissimi li ho incontrati all’estero: anche grazie a Robert (Bob) Evans e Charles Dinarello ho potuto dimostrare che i macrofagi, cellule dell’immunità innata coinvolte nell’infiammazione, si fanno “corrompere” dal cancro, diventandone un cruciale alleato.
Un altro incontro decisivo è stato con Silvio Garattini, che mi ha accolto all’Istituto Mario Negri di Milano lasciandomi totale libertà di ricerca e permettendomi di assumere alcuni tecnici che considero maestri altrettanto importanti. I diplomati che uscivano allora dagli istituti tecnici e professionali avevano un sapere paragonabile a quello che, secoli addietro, si poteva maturare nella bottega di Stradivari. Un patrimonio di inestimabile valore.

Cosa può fare la scuola per stimolare i giovani a studiare materie scientifiche?

Mia moglie Nicla è stata un’appassionata insegnante di scuola elementare. Con semplici esperimenti riusciva a trasmettere ai bambini concetti scientifici complessi. Credo che questi approcci esperienziali siano fondamentali per aiutare i ragazzi a sviluppare una visione concreta, tangibile della scienza.
A Londra una cara amica e grande immunologa, Fran Balkwill, rendendosi conto che i libri per bambini che aveva scritto non bastavano ad appassionarli alla scienza, anni fa ha ideato il Centre of the Cell, un centro educativo scientifico della Queen Mary University di Londra di cui sono docente. Il centro è volutamente situato in una delle parti più disagiate della città: le strade intorno all’università sono desolate, ma quando si entra nel campus si apre un mondo ipertecnologico, da quarto millennio. I laboratori hanno grandi vetrate, che consentono alle persone di vedere dalla strada quel che vi accade. L’idea è permettere non solo ai giovani studenti delle scuole, ma anche a persone comuni, che passano di lì, di ispirarsi e immaginare un futuro più positivo.

Se potesse, quali decisioni prenderebbe sulla scuola italiana?

Darei innanzitutto un segnale di serietà. Ormai ci sembra normale che nella scuola pubblica per molti mesi manchino i docenti. Le ore di scuola persa danneggiano soprattutto i ragazzi che, per condizioni sociali e familiari, fanno più fatica a recuperare le lacune. Retribuzioni insufficienti e la perdita di prestigio sociale hanno reso difficile attrarre insegnanti, soprattutto in città care come Milano. Eppure, nonostante le difficoltà, nella scuola, come pure nel servizio sanitario nazionale, insegnanti, medici, infermieri garantiscono ogni giorno servizi essenziali. A loro va il nostro debito di riconoscenza. Se non si possono aumentare i fondi, che almeno siano tolti i “sassi dallo zaino”. Si alleggerisca la burocrazia, per permettere a chi lavora, nella scuola e nella sanità, di concentrarsi sull’essenziale. Proprio come un alpinista che scala con la sola corda, la picozza e uno zaino senza fardelli inutili, una montagna molto ripida.
di Lisa Vozza

Alberto Mantovani

Medico e immunologo, è presidente Fondazione Humanitas per la Ricerca, professore emerito e direttore scientifico emerito dell’Istituto Clinico Humanitas, nonché Chair of Inflammation, William Harvey Research Institute, Queen Mary University, Londra. Ha lavorato in Inghilterra e negli Stati Uniti, è membro dell’Accademia dei Lincei e della National Academy of Sciences USA. Da molti anni è il ricercatore italiano a più alto impatto nella letteratura scientifica internazionale. Per la sua attività di ricerca ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti nazionali e internazionali.

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