Nell’umorismo visionario dei testi di Gianni Rodari prende forma un’articolata riflessione sull’educazione e sulla scuola, maturata nel corso della sua esperienza di insegnante e scrittore.
Gianni Rodari nasce a Omegna, sul lago d’Orta, nel 1920. Figlio di un fornaio e di una commessa, a nove anni perde il padre e si trasferisce con la madre a Gavirate, in provincia di Varese. È un bambino introverso e solitario, animato da una grande passione per la lettura: divora in particolare i fumetti del “Corriere dei Piccoli” sviluppando fin da giovanissimo il gusto per la cifra umoristica che preferirà sempre al taglio drammatico e moralistico diffuso nei libri per ragazzi dell’epoca.
A undici anni la madre lo iscrive in seminario, ma Rodari comprende presto che il sacerdozio non è la sua strada e decide di proseguire gli studi nelle scuole magistrali. Durante l’adolescenza scrive i primi racconti, inizialmente di ispirazione religiosa, vivendo un conflitto profondo tra la formazione cattolica ricevuta e nuove letture che lo conducono verso altri orizzonti. Si appassiona al pensiero di Nietzsche, Schopenhauer e Marx, si avvicina alla politica e alla vita degli operai del suo paese, sviluppando una crescente distanza critica nei confronti del regime fascista.
Alle prime esperienze come maestro, presso una famiglia di ebrei fuggiti dalla Germania e in diverse scuole lombarde, Rodari affianca gli studi alla facoltà di Lingue e letterature straniere dell’Università cattolica di Milano, che non porta a termine, continuando da autodidatta e approfondendo in particolare il surrealismo e le dinamiche che regolano creatività e invenzione.
Nel 1941, per diventare maestro di ruolo, è costretto a iscriversi al Partito nazionale fascista. Tuttavia, la scuola autoritaria del Regime, fondata su disciplina e obbedienza, gli appare presto limitante. Rodari intuisce che la vera chiave della crescita degli studenti risiede altrove: nell’immaginazione e nelle leggi dell’invenzione, che ha iniziato a esplorare.
Anni dopo, nei suoi libri, tornerà più volte sull’importanza della libertà nello sviluppo infantile, sottolineando come, superata la fase del pensiero magico, il bambino possa «essere qualsiasi cosa lui voglia non più per magia ma grazie alla funzione simbolica del gioco e del linguaggio che si formano insieme: gioco e linguaggio gli permettono di conoscere la realtà manipolandola» (Scuola di fantasia, 1973).
Durante la guerra, nel 1943, viene chiamato alle armi dalla Repubblica sociale italiana e presta servizio presso l’ospedale militare di Baggio. La sua opposizione al fascismo è ormai profonda e si rafforza con l’internamento del fratello in un campo di concentramento nazista. Rodari decide così di abbandonare il servizio militare, entra in clandestinità, collabora con la Resistenza e s’iscrive al Partito comunista italiano.
Nel dopoguerra, diventato funzionario del partito, intraprende una nuova carriera come giornalista, senza mai rinunciare alle sue due grandi passioni: la scrittura e l’educazione dei bambini. Le prime filastrocche nascono per una rubrica dell’“Unità” dedicata ai più piccoli e, nel 1950, insieme a Dina Rinaldi, fonda e dirige “Il Pioniere”, un settimanale per ragazzi. Sulle pagine del giornale dà vita a Cipollino, personaggio che sarà poi illustrato da Raul Verdini in una celebre serie di fumetti in cui ortaggi antropomorfi si ribellano ai potenti. Il successo di questo eroe popolare supera i confini nazionali e conduce Rodari in Unione Sovietica, dove Cipollino diventa un’icona, al centro di numerosi adattamenti illustrati.
Dalla penna dell’autore nasceranno altri personaggi buffi e rivoluzionari come Gelsomino (dal romanzo Gelsomino nel paese dei bugiardi del 1958) che incarnano il potere d’immaginazione e trasformazione dell’infanzia.
Politica, pedagogia e creazione letteraria s’intrecciano indissolubilmente nella vita di Gianni Rodari. Sono gli anni della ricostruzione, in cui, dopo il Ventennio fascista, si ripensano le fondamenta dello Stato, a partire dalla scuola. In questo clima di grande fermento si colloca il contributo pedagogico dell’autore, che guarda con interesse al Movimento di cooperazione educativa, fondato in Italia nel 1951 e ispirato alla pedagogia popolare e democratica di Célestin Freinet. Le sue idee sull’educazione, raccolte in articoli e testi dedicati alla scuola (come Grammatica della fantasia del 1973) emergono con forza anche nelle poesie. Al centro della sua visione vi è l’idea che, come ricorda Mario Lodi introducendo il pensiero dell’amico, «tutto ciò che i bambini incontrano nella loro esperienza è scuola: i genitori, i maestri, la biblioteca, la televisione…».
C’è una scuola grande come il mondo.
Ci insegnano maestri, professori,
avvocati, muratori,
televisori, giornali,
cartelli stradali,
il sole, i temporali, le stelle.
[…]
Di imparare non si finisce mai,
e quel che non si sa
è sempre più importante
di quel che si sa già.
Questa scuola è il mondo intero
quanto è grosso:
apri gli occhi e anche tu sarai promosso.
Gianni Rodari, Una scuola grande come il mondo
In questa scuola “grande come il mondo”, il bambino deve essere posto al centro nella sua interezza, come le sue passioni e, soprattutto, la sua immaginazione. In Grammatica della fantasia Rodari critica il modello scolastico tradizionale, fondato prevalentemente su attenzione e memoria, e invita a ripensare l’educazione come uno spazio capace di valorizzare la creatività e di attivare i meccanismi dell’invenzione.
Per l’autore la fantasia non rappresenta una fuga dalla realtà, ma al contrario lo strumento più potente che il bambino possiede per conoscerla. Recuperando l’esperienza di maestro, propone tecniche e percorsi per stimolare un’immaginazione produttiva, per esempio attraverso la tecnica dello straniamento che ribalta la realtà per svelarne nuovi significati, convinto che il compito dell’educazione non sia tanto trasmettere nozioni, quanto offrire strumenti di ricerca: «Non dobbiamo dare ai bambini delle quantità di sapere ma degli strumenti per ricercare, degli strumenti culturali perché lui crei, spinga la sua ricerca fin dove può» (G. Rodari, Scuola di fantasia, 1973).
Tra questi strumenti, la capacità immaginativa assume un ruolo centrale non solo nell’apprendimento, ma anche nella formazione dei cittadini del futuro, in quanto strettamente legata all’utopia, una qualità che per Rodari permette di passare da un’accettazione passiva del mondo alla possibilità di criticarlo e trasformarlo. Educare i bambini attraverso il gioco, la creazione e la sperimentazione significa stimolare la loro capacità di immaginare un mondo diverso, che un giorno potranno contribuire a realizzare.
Alla pubblicazione di poesie e racconti per l’infanzia (per cui nel 1970 riceve il prestigioso premio Hans Christian Andersen, considerato il Nobel della letteratura per ragazzi) Rodari affianca un costante lavoro di ricerca e di attivismo pedagogico. Insieme a Marisa Musi è animatore del Coordinamento genitori democratici, impegnato nella promozione di una scuola laica e democratica. Fino alla morte, nel 1980, continua a tornare in aula, partecipando a incontri e laboratori con i bambini, basati sul gioco e sulla libertà espressiva.
Convinto sostenitore del ruolo della parola nella costruzione della realtà, Rodari vive il suo impegno per una scuola “grande come il mondo” non solo come scrittore, ma anche come educatore e cittadino attivo. Negli anni in cui si pongono le basi del sistema educativo contemporaneo, lavora per un’istruzione il cui cuore non sia il programma o la tecnica didattica, ma il bambino stesso e la sua capacità di conoscere e immaginare la realtà.





