Lei è professore di Pedagogia sperimentale: quali sono i suoi principali interessi di studio e ricerca?
La Pedagogia sperimentale mette alla prova dell’esperienza fini e mezzi in ambito educativo. Anche per questo, m’interesso prevalentemente di valutazione e, in particolare, di come la valutazione può essere alternativamente ostacolo o occasione di sviluppo per l’apprendimento.
Parliamo di valutazione scolastica: come viene applicata in Italia? E con quali differenze tra scuola primaria e secondaria?
Generalmente, nelle scuole italiane la valutazione è specchio della didattica. Spesso, la didattica nelle scuole primarie è più coinvolgente e attiva che nelle scuole secondarie. La valutazione tende a seguire questo andamento: alla primaria abbiamo maggiori possibilità di incontrare una valutazione attiva e formativa, mentre alle secondarie abbiamo maggiori possibilità di incappare in una valutazione inibente e controllante. Però sono tendenze generali, non è detto che questo si verifichi per forza, esistono anche ottime prassi valutative nelle secondarie e pessime alle primarie.
Nel suo libro La valutazione che educa (FrancoAngeli, 2023) lei allude alla “tirannia del voto”: che cosa intende con questa espressione?
La tirannia del voto è la tendenza a ritenere che ogni valutazione debba esprimere un voto. Si tratta di un luogo comune molto diffuso ed estremamente pericoloso. Impoverisce i processi di insegnamento e apprendimento, svuotandoli del loro significato più profondo.
Lei distingue tra valutazione numerica/sintetica e valutazione educativa/descrittiva: quali sono, a suo avviso, limiti e punti di forza di queste modalità?
Il voto – numerico come “6” o non numerico come “sufficiente” – è una modalità di comunicazione della valutazione che l’insegnante sceglie di usare o meno in itinere. Nasce per classificare e selezionare, conserva questo scopo al di là delle intenzioni di chi lo usa e questo è il problema: il voto genera classifiche e le ricerche empiriche mostrano come sia associato a una scarsa motivazione intrinseca – cioè legata al puro piacere o interesse verso la materia, indipendentemente da voti o premi esterni – e ad apprendimenti poco significativi. Al contrario, la valutazione descrittiva che non fa uso di voti in itinere tende a essere correlata allo sviluppo di apprendimenti significativi e motivazione intrinseca. In parole povere, di solito con la valutazione descrittiva senza voto si insegna e si apprende di più e si sta meglio a scuola.¹
Quali sono la natura e la funzione della valutazione in itinere rispetto a quella finale di quadrimestre o anno?
La valutazione in itinere dovrebbe essere una strategia didattica. In teoria, dovrebbe servire a docenti e studenti per orientare il proprio percorso. Se questo è il suo scopo, non serve impiegare i voti. Se invece il suo scopo è fare in modo che l’insegnante abbia pronto il voto da presentare allo scrutinio, è chiaro che la valutazione in itinere diventa una sorta di burocratico adempimento in vista di quella finale. Spesso, l’uso del voto è un indizio importante rispetto alle reali intenzioni di chi insegna.
Il voto genera classifiche e le ricerche empiriche mostrano come sia associato a una scarsa motivazione intrinseca – cioè legata al puro piacere o interesse verso la materia, indipendentemente da voti o premi esterni – e ad apprendimenti poco significativi.
Come si possono favorire l’equa opportunità educativa e l’apprendimento attraverso la valutazione?
Usando la valutazione come rigorosa bussola che orienta le nostre azioni. La valutazione formativa nasce allo scopo di fare in modo che tutte e tutti possano apprendere. Siccome la popolazione studentesca è sempre più eterogenea, l’insegnante ha bisogno di valutare per capire a che punto sta la sua classe e usa la valutazione descrittiva per assumere decisioni su come procedere nell’insegnamento. Il voto genera classifiche, la valutazione descrittiva orienta insegnamento e apprendimento.
Le applicazioni informatiche come il registro elettronico possono essere di supporto in una corretta valutazione? O hanno un effetto opposto?
Il registro elettronico è un mezzo: se la scuola ha una visione disfunzionale della valutazione è un mezzo che amplifica il danno di questa visione, se invece la scuola ha una visione dignitosa dei processi valutativi allora il registro elettronico diventa un utile strumento di comunicazione. Dipende molto da dirigenti e docenti, ma anche dalle famiglie.
Che cosa direbbe a un genitore che teme che l’abbandono del voto numerico comporti una perdita di rigore e di chiarezza nella valutazione di suo figlio?
Direi intanto di verificare se effettivamente ci sono rigore e chiarezza nelle valutazioni numeriche di suo figlio. Poi ragionerei su cosa rende chiara e rigorosa una valutazione. Di solito emerge che a rendere chiara e rigorosa la valutazione è l’esplicitazione di obiettivi e criteri valutativi: dunque, non il voto.
In che misura, secondo lei, i documenti normativi come le Indicazioni Nazionali riescono davvero a orientare le pratiche quotidiane in classe?
Poco, direi. Le Indicazioni Nazionali fino a quest’anno hanno rappresentato un documento molto avanzato dal punto di vista pedagogico e didattico, ma non mi pare fossero granché conosciute dalla maggior parte di genitori, studenti, docenti, dirigenti. Considerata la qualità delle nuove Indicazioni, mi auguro che questo ragguardevole livello di inconsapevolezza persista.
Guardando al futuro della scuola italiana, quali cambiamenti auspica per liberare insegnamento e apprendimento dalla centralità del voto?
Credo che sia cruciale difendere la libertà d’insegnamento. Spesso incontro docenti che temono ripercussioni in caso di valutazioni in itinere prive di voti. In realtà nessun Collegio, Consiglio o Dipartimento può legittimamente imporre l’uso di voti numerici o non numerici in itinere a chi insegna. Tuttavia, nella pratica, l’ignoranza della normativa e, dunque, dei propri diritti, genera un vuoto riempito da scelte autocratiche e profondamente diseducative. Il cambiamento fondamentale è questo: difendere la libertà di scelta dell’insegnante nell’usare o nel non usare il voto in itinere.
¹ Esiste a riguardo una vasta letteratura: Butler, R. (1988), Enhancing and undermining intrinsic motivation: The effects of task-involving and ego-involving evaluation on interest and performance; Black, P., & Wiliam, D. (1998), Inside the Black Box: Raising Standards Through Classroom Assessment; Hattie, J., & Timperley, H. (2007), The Power of Feedback Crooks, T. J. (1988), The Impact of Classroom Evaluation Practices on Students; Kluger, A. N., & DeNisi, A. (1996), The effects of feedback interventions on performance: A historical review, a meta-analysis, and a theoretical intervention theory; Kohn, A. (2011), The Case Against Grades; Wisniewski B., Zierer K., Hattie J. (2020), The power of feedback revisited: A meta-analysis of educational feedback research.
Cristiano Corsini
È professore ordinario di Pedagogia sperimentale all’Università Roma Tre. Si occupa di valutazione in campo educativo e di indagini sull’efficacia e sull’equità di scuole e sistemi d’istruzione. Ha pubblicato: Il valore aggiunto in educazione (Edizioni Nuova Cultura, 2009); Valutare scuole e docenti (Edizioni Nuova Cultura, 2015); Differenze di genere nell’editoria scolastica (con I.D.M. Scierri, 2016); La valutazione che educa (FrancoAngeli, 2023), La fabbrica dei voti (Laterza, 2025).




