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30 Aprile 2026
2026

iLAB Sostenibilità: dare corpo all’astrazione

Esperienze di apprendimento al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano

Intervista a Enrico Miotto,
Senior Education Curator presso il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano
Tempo di lettura: 10 minuti
Il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano (MUST), in partnership con Be for Education Foundation, ha inaugurato a novembre 2025 un nuovo laboratorio. Si chiama iLAB Sostenibilità e ha l’obiettivo di aiutare bambini, ragazzi e visitatori a comprendere la complessità del mondo contemporaneo e a sviluppare competenze per pensare la realtà in modo sistemico, cogliendo le infinite connessioni e le interdipendenze tra gli elementi che la costituiscono. Abbiamo parlato con Enrico Miotto, fisico e progettista del laboratorio, per scoprire quale processo ha portato alla costruzione di questo spazio dedicato alla sostenibilità, tema particolarmente rilevante sia per il museo, sia per il mondo scolastico. Sono molti gli insegnanti che lavorano sull’economia circolare trattando soprattutto di riciclo dei rifiuti e dei materiali; il museo è partito da qui e ha lavorato sull’idea dei sistemi, sviluppando qualcosa di completamente nuovo. Enrico ci dà appuntamento davanti al laboratorio, per farcelo vedere dal vivo. L’iLAB è diviso in tre zone: oltre all’ingresso luminoso, ci sono due aree per attività educative, ciascuna con una sua funzione. La prima è articolata in postazioni con mini serre idroponiche, acquari e pannelli solari: a disposizione dei ragazzi ci sono sei postazioni, studiate per dare loro la possibilità di lavorare in piccoli gruppi, da due o tre studenti a seconda delle necessità. Una grande parete a fianco delle postazioni fa da spazio di scambio di idee e confronto: è pensata per ospitare disegni e appunti che la classe condivide; la verticalità permette a tutti gli sguardi di convergere e osservare insieme, cosa che è tipicamente più difficile fare sul piano orizzontale. La seconda è un’area immersiva, con pareti dove sono proiettate immagini in movimento. Enrico ci invita a esplorare lo spazio insieme a lui. Ruotiamo maniglie e muoviamo oggetti. Sulle pareti luminose di iLAB vediamo volare anatre e farfalle, vediamo luci intensificarsi e mongolfiere attraversare lo spazio… ciascun gesto genera, accelera o modifica le immagini proiettate nella sala. «Siamo motore di un intero sistema» ci dice il progettista, «e osservando come cambiano le immagini a causa delle nostre azioni o della loro intensità ci rendiamo conto di cosa questo significhi veramente. È un’esperienza poetica e potente, realizzata da Aurora Meccanica, gruppo artistico di Torino, appositamente per questo laboratorio all’interno del Museo.» Ci si rende presto conto che questo spazio è pensato come un facilitatore: lo stare al suo interno, osservarne gli ambienti e interagire con essi rende tangibile l’idea di rete. «Il modo in cui i temi vengono proposti» commenta Enrico Miotto «è aperto alle “interferenze” dei visitatori; quindi, ciò che accade varia a seconda dei punti di vista e delle osservazioni di chi lo vive dall’interno: si arriva alla sostenibilità attraverso azioni e discussioni sempre nuove e diverse. Mai imposte.» Dopo un primo giro di ricognizione, ci sediamo a un tavolo e cominciamo l’intervista vera e propria.

Come nasce lidea del laboratorio?

Nel museo abbiamo diversi laboratori, vale a dire spazi progettati per affrontare argomenti specifici; tra questi, quello di matematica, che ho progettato in prima persona. In quel contesto, mi sarebbe piaciuto occuparmi di grafi, ovvero di quei disegni composti da nodi (o vertici) uniti da archi (o segmenti) che servono per rappresentare relazioni più o meno complesse tra oggetti. In altre parole, sistemi. Pur essendo un elemento molto astratto, una struttura matematica, il grafo trova applicazione in moltissimi campi, per esempio viene usato per modellare reti sociali, circuiti elettronici, mappe stradali. Nel progettare il laboratorio di matematica, però, non riuscivo a trovare attività facili e sbarazzine da applicare ai grafi, stavo ancora cercando un modo interessante per proporli ai ragazzi.

Intanto nel museo si lavorava a un piccolo progetto sull’economia circolare, rivolto agli insegnanti, che ha avuto un ottimo riscontro. Ecco che, un giorno, i due temi – la sostenibilità e i grafi, cioè l’idea di sistema – si sono incrociati: se non pensi per sistemi, la sostenibilità vacilla. Questo è stato il tragitto di iLAB: è partito da una struttura astratta, matematica, per poi pian piano atterrare qui: si tratta di un pensiero che ha continuato ad aleggiare fino a che non ha preso corpo.

Ha progettato gli allestimenti pensando a come sarebbero stati utilizzati o prima ha pensato le attività e poi lallestimento?

Insieme, come al solito: avevo in mente dei temi e anche in qualche modo il “sapore” che avrebbe dovuto avere questo spazio. Erano chiari anche alcuni aspetti molto pratici, per esempio quello di utilizzare le pareti come aree di lavoro: lo volevo fermamente, per fare confronti con le cose e con le idee, perché in orizzontale vedere tutto è difficile; quindi, sui tavoli si svolge l’attività, si scrive, ci si confronta, poi si mette tutto lì, sulle pareti.

L’altra certezza era quella di volere sei postazioni e non, come spesso capita, cinque. Sono sei per avere più possibilità di costruire raggruppamenti efficaci, come al laboratorio di matematica.

Come avete fatto a immaginare lallestimento del laboratorio?

È stato utile avere un’esperienza precedente: alcuni aspetti che funzionavano altrove sono stati esplicitamente portati qui. Poi abbiamo cercato un sistema chiuso e sostenibile da riproporre per caratterizzare lo spazio: abbiamo lavorato sull’idea di una barca a vela, che ha davvero tutto, ma si è rivelata essere troppo complicata e troppo limitante; siamo quindi passati alla chiatta dei fiumi francesi, ma anche quella non funzionava del tutto: è stato difficile immaginare come raccontare un sistema attraverso un ambiente fisico! Alla fine, siamo arrivati a questa struttura più aperta e mobile.

Quanto tempo avete impiegato a realizzarlo?

Dalla primissima idea all’inaugurazione circa due anni, compresa la parte iniziale, con le riflessioni e la ricerca. Ci ha un po’ limitato il fatto che non ci fossero esempi a cui ispirarsi o da cui mutuare suggestioni; l’aspetto positivo di questa mancanza di riferimenti è che l’iLAB di Milano è uno spazio davvero unico.

Avete dato un impianto concettuale più ampio a un tema già molto praticato.

L’Agenda 2030, di cui parliamo dentro iLAB Sostenibilità, a scuola viene molto affrontata, tutti la conoscono, però effettivamente quando cominci a guardarla da vicino ti accorgi che ogni macro-tema è un sistema articolato, che ha a che fare con diversi altri macro-temi. Per esempio, dire che “bisogna produrre più cibo per sfamare tutti e proteggere l’ambiente” può essere una questione complessa: se, per aumentare la produzione alimentare, disbosco grandi aree di foresta e pianto coltivazioni intensive, risolvo il problema della disponibilità di cibo, ma ne creo un altro distruggendo ecosistemi fondamentali.
Quindi uno degli obiettivi di iLAB è abituare le persone a guardare le cose in un modo diverso, più vasto e interrelato.

Cosa succede quando si allarga lo sguardo? Cè molta attenzione sul gesto personale, spegnere la luce, chiudere il rubinetto, riciclare…

Ho l’impressione che ci si concentri sui piccoli gesti perché è quello che il singolo può fare. Sai che tutto è collegato, però sai che su così ampia scala non puoi intervenire. Quindi per evitarti frustrazione e malessere, lasci perdere. Sono convinto che gli insegnanti ne siano consapevoli: sanno che la questione rifiuti è legata anche a come produci e a quanto consumi. E come produci e quanto consumi dipende da un tipo di sistema economico; lì però ti fermi, per evitare di dire agli studenti: “Guardate, è oppressione cosmica”.
Però ci siamo accorti che i ragazzi e le ragazze hanno spesso la capacità di lavorare su ambiti molto più estesi di quelli che proponiamo loro: nelle nostre attività di discussione ci è spesso capitato che la classe riuscisse a vedere i temi in senso generale e che in qualche caso effettivamente si chiedesse “Sì, però che posso fare io?”.
L’ampiezza della lettura dipende moltissimo da chi conduce l’attività, da come viene proposta, dalle domande fatte e dalle richieste. Non c’è un processo lineare, quindi è facile essere stupiti da reazioni e riflessioni inaspettate.

Come funzionano le discussioni e le attività in queste aree di lavoro?

La classe è divisa in gruppi e ogni gruppo svolge la medesima attività, poi ci si ragiona sopra tutti insieme. L’animatore spiega la consegna e al termine ci si ritrova lì, nello spazio vuoto, con le sedie in cerchio. Si discute, ci si confronta, si condividono le osservazioni e si mette tutto a parete.
Le attività vertono su temi specifici: la retroazione, il sistema, la cooperazione, i confini e le soglie. Stiamo anche mettendo a punto un’attività sulle relazioni.
Nel lavoro preparatorio tiriamo fuori le idee e le sperimentiamo internamente come gruppo di lavoro, ma è nella concretezza del museo che queste si evolvono e vanno per la loro strada, grazie alle osservazioni dello staff e delle classi.

La speranza? Che escano di qui almeno un pochino diversi da come sono entrati. Con la consapevolezza di appartenere, nel micro e nel macro, a un sistema complesso, dove ogni elemento è interconnesso, dove ogni nostro piccolo gesto o non gesto provoca delle conseguenze. E dove ogni nostra scelta può fare la differenza.

Tutto quello che si fa con il pubblico è un po imprevedibile: le idee di chi ha progettato lattività sono lì che camminano da sole e non è detto che tutto vada come ci si aspettava.

Sì, ci si stupisce perché – lavorando a lungo su uno stesso argomento – è facile chiudersi nel proprio punto di vista. Quando ti confronti con il mondo sei costretto a riaprirlo e a rimetterlo a punto. Gli studenti poi sono animali un po’ strani: a volte vengono qui ed è come se fossero in gita, ma – quando pongono una domanda che sembra una stupidaggine o una provocazione – sono molto seri: il modo convinto di porre la domanda ti fa capire che c’è qualcosa che non avevi pensato, o che qualcosa di presupposto da te non è corretto. L’ascolto è utilissimo, perché mette in chiaro i bias cognitivi di chi ha progettato l’attività.

Luso dello spazio presuppone delle pre-conoscenze?

Ciò che facciamo qui non richiede competenze particolari; anzi, è meglio partire da una tabula rasa. Mi piacerebbe molto che gli insegnanti usassero il laboratorio come punto di partenza anche per altre discipline che non sono solo scientifiche, per esempio potrebbe essere utile per studiare la storia: un singolo evento, una battaglia, una rivoluzione, un cambio di potere in realtà è il risultato di una serie di altre connessioni. E così ritroviamo la retroazione.

Cosa sperate di lasciare ai ragazzi che frequentano l’iLab Sostenibilità?

Il nostro intento è, innanzitutto, che si divertano, che si sentano liberi di alimentare la loro curiosità, che trovino gli stimoli giusti per interrogarci e interrogarsi. La speranza? Che escano di qui almeno un pochino diversi da come sono entrati. Con la consapevolezza di appartenere, nel micro e nel macro, a un sistema complesso, dove ogni elemento è interconnesso, dove ogni nostro piccolo gesto o non gesto provoca delle conseguenze. E dove ogni nostra scelta può fare la differenza.

Enrico Miotto

è laureato in Astrofisica ed è Senior Education Curator presso il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano, per cui ha curato in particolare iLAB Matematica e iLAB Sostenibiità. Esperto nella progettazione di esperienze educative interattive, si occupa anche di divulgazione scientifica.

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