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Tornare in classe

Intervista a Michele Serra - giornalista, scrittore, autore teatrale

Tempo di lettura stimato: 5 minuti
10 Marzo 2026
10 Marzo 2026

Può raccontarci un ricordo, un evento, un insegnante che ha segnato la sua formazione?

Tra i tanti, un professore di latino e greco, De Castro, che parlava con un’autorevolezza e una precisione impressionanti: ascoltandolo, si capiva il potere della parola ben detta. In negativo, una professoressa di matematica della quale preferisco non ricordare il nome, che manifestava aperto disprezzo per chi sbagliava le risposte, esaltava i bravi e umiliava davanti a tutti i meno bravi.

Ricorda uno o più compagni di scuola che sono stati o sono ancora importanti nella sua vita?

Mi vedo ancora con un gruppo di loro. Eravamo una classe molto affiatata, non ci siamo mai persi di vista del tutto… E a dispetto di pochi e isolati dissapori, siamo rimasti amici. Ci vediamo a cena un paio di volte all’anno, e devo dire che malgrado i miei pregiudizi sulle rimpatriate tra compagni di classe, siamo contenti di farlo. Il piacere di vedersi supera la malinconia di ritrovarci invecchiati.

Come ha influito la scuola sulle sue scelte professionali?

Ha sicuramente influito molto nella mia formazione umana, sono gli anni in cui si impara a gestire le relazioni, a reggere lo scontro con gli altri, ci si misura nel conflitto e nell’amicizia, nella simpatia e nell’antipatia, nell’innamoramento e nella delusione d’amore. Quanto alle scelte professionali mi sentivo già orientato, la famiglia di mia madre era di professori e letterati, sono cresciuto tra macchine per scrivere, risme di fogli bianchi e carta carbone. Volevo scrivere oppure insegnare una materia umanistica, il liceo classico ha rafforzato questa volontà. Anche se sono stato uno studente svogliato e irrequieto, sui banchi ho respirato la metrica, la pagina scritta, la filologia. Mi sentivo nel mio elemento. Poi ho avuto fortuna: e quella non te la dà la scuola, è il magistero del caso a regolare le cose della vita.

Lei parla spesso ai giovani e di giovani, dal bestseller Gli sdraiati alla newsletter “Ok boomer!” del “Post”. Come stanno oggi i ragazzi?

Non mi azzardo a parlare per loro conto. Posso solo dire, da quello che sento e vedo, che mi sembrano più esposti alle ferite di quanto siamo stati noi. Imparavamo presto ad arrangiarci, i genitori sapevano a stento dove eravamo e cosa facevamo, adulti e ragazzi erano mondi molto più separati, rispetto a ora. Si conquistava un’autonomia precoce, soprattutto autonomia psicologica, a vent’anni si era adulti per forza di cose. Probabile che ci fosse meno attenzione ai più vulnerabili, come si dice oggi: meno inclusività. E questo era un difetto, una mancanza, una forma di arretratezza, certo non un pregio. Trovo molta più sensibilità tra i ragazzi di oggi. Mi dispiace solo che questa sensibilità minacci, a volte, di indebolire chi ne è portatore. Lo renda più esposto e meno sicuro di farcela.  

La scuola li aiuta a decifrare un mondo sempre più complesso e inafferrabile?

Questo proprio non saprei dirlo: non vado a scuola da cinquant’anni… Certo oggi la scuola è solo un pezzo della formazione dei ragazzi, che nuotano in un mare di stimoli e informazioni quasi infinito. Non so quanto e come la scuola possa reggere il suo ruolo di centralità nella formazione dei giovani. Spero molto. Quello che mi colpisce, comunque, è la qualità e la passione di molte e molti insegnanti, anche di scuola primaria, che ho conosciuto quando sono entrato tra le mura scolastiche per incontrare gli studenti. Con stipendi così bassi, evidentemente traggono stimoli ed energia dal rapporto quotidiano con i ragazzi. Fino a che reggono loro, regge la scuola.

Qual è, secondo lei, il limite più eclatante della scuola di oggi, e quali invece i punti di forza su cui fare leva?

Il punto di forza è, o dovrebbe essere, tenere viva l’idea che la cultura non sia solo uno strumento professionale, ma un valore in sé. La concezione strumentale, direi aziendalistica, dell’istruzione, confligge gravemente con l’idea umanistica, che è anche un’idea democratica, che la cultura serva a formare la persona e il cittadino, non solo il lavoratore o il professionista. La vedo difficile, ma non credo ci sia altra strada, specie in un momento in cui la pressione per “aziendalizzare” la società è micidiale. Mi piace quello che ha detto Paolo Giordano: abbiamo bisogno di cultura scientifica in una cornice umanistica. Ecco, la scuola deve riuscire a garantire entrambe. Non sarà semplice, ma non c’è altra strada.

Se si potesse rivoluzionare la scuola, quale rivoluzione servirebbe? 

Una minore presenza dei genitori. Troppo protettivi, incapaci di capire che la scuola è un luogo autonomo per eccellenza, complementare alla famiglia, ma del tutto separato dalla famiglia. Quando un bambino o un ragazzo entra a scuola, appartiene alla società e a se stesso. Non a una famiglia: a qualcosa di più esteso e più libero.
di Lisa Vozza

Michele Serra

Giornalista, scrittore, autore teatrale, scrive su “la Repubblica” e “Il Post”. È stato autore televisivo lavorando con Gianni Morandi, Adriano Celentano e Fabio Fazio. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017), Le cose che bruciano (2019) e il libro per ragazzi Osso. Anche i cani sognano (2022).

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