Qual è stato il suo percorso e come è arrivata a insegnare?
Sono una lettrice da che ho memoria. Una di quelle onnivore, compulsive, fin da piccolissima non uscivo di casa senza portarmi dietro una borsa piena di libri e fumetti (cosa che continuo a fare). Questo amore per i libri ha determinato tutta la mia vita. Sono sempre stata una persona a cui studiare piaceva (mi piace ancora) e dopo il liceo classico ho fatto un anno di Medicina, che ho poi lasciato perché volevo che i libri non fossero solo un piacere strappato ai fine settimana. Così mi sono iscritta a Lettere moderne, mi sono laureata in Storia contemporanea perché volevo saperne di più del mondo (ho studiato i rapporti tra l’Unione Europea e il Medio Oriente), ho proseguito con un dottorato e successivamente con un assegno di ricerca sempre in Storia contemporanea e, date le note difficoltà della carriera universitaria, dopo il dottorato ho scelto di frequentare la Scuola di Specializzazione all’Insegnamento Secondario per poter insegnare, ed eccoci qui. E pensare che da ragazzina dicevo che avrei fatto tutto tranne che insegnare: ricredersi è una delle cose più interessanti che ci possano capitare nella vita.
Lei è autrice, editrice e insegnante di materie letterarie: a cosa servono le storie, secondo lei, in generale e a scuola?
Il bisogno di storie per rappresentare il mondo o darsi una spiegazione sull’origine delle cose è uno dei più ancestrali dell’uomo, anche da prima che le storie esistessero in forma scritta. Abbiamo sempre bisogno di storie, anche se si evolvono in film, serie tv, rappresentazioni teatrali, fumetti e graphic novel, canzoni e persino videogiochi. Credo siano importantissime per aprire mondi e percezioni, per sviluppare empatia e comprensione, per farci vivere situazioni lontane da noi oppure per consentirci l’identificazione. Aprono porte fatte d’immaginazione, senso critico, fantasia, sviluppano importanti connessioni neuronali, arricchiscono il nostro linguaggio. Non necessariamente ci rendono “migliori”, non credo nel potere migliorativo e/o salvifico della letteratura, ma se una storia serve a interrogarci, a sollevare dubbi, a lasciarci interdetti e a spostare un po’ più in là l’asticella dei nostri ragionamenti, o anche solo a divertirci, allora è una buona storia.
Com’è cambiato l’insegnamento delle sue materie negli ultimi anni? A quali nuove sfide deve rispondere?
Credo che la sfida più importante per l’insegnamento delle mie materie (e non solo) sia l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, in questo momento. Se l’uso di smartphone, LIM e didattica da remoto è diventato comune, ancora non abbiamo fatto i conti con una tecnologia che corre molto più veloce dell’adeguamento tecnico dei dispositivi scolastici e del personale docente. La formazione del corpo docente in tal senso è fondamentale, soprattutto per aiutare gli studenti a un uso critico di questo strumento, che può essere preziosissimo dal punto di vista didattico se non viene utilizzato come sostituto del lavoro di studio. Ho limitato molto l’assegnazione dei compiti a casa e, quando ho tempo, faccio lavorare i ragazzi in classe, perché ho notato che spesso si limitano a copiare ciò che dice l’AI senza mettere in discussione le informazioni o senza una rielaborazione autonoma, ma questo finisce per atrofizzare la capacità critica e limitare le conoscenze e le loro abilità individuali. L’AI è una risorsa preziosa, ma dobbiamo imparare a metterla al nostro servizio tutti, studenti e docenti, e non farla diventare una scorciatoia facile che impoverisce il nostro linguaggio e la nostra capacità di elaborazione logica e creativa.
Ha sviluppato un suo metodo didattico personale? Qual è il suo stile di insegnamento?
Non ho uno schema fisso, ma lo vario molto da lezione a lezione. Sicuramente un mix di lezione frontale, schemi alla lavagna, brain storming con la classe, utilizzo di video ed esercizi on line (questi ultimi soprattutto di grammatica) e anche app che uniscano divertimento e didattica, come Kahoot!. Penso che la lezione debba cambiare molto a seconda del gruppo classe, delle esigenze del momento, e che sia comunque un processo di apprendimento non unidirezionale, ma di scambio tra studenti e docenti. Lascio anche del tempo per le discussioni che sembrano extrascolastiche, ma in realtà non lo sono: parliamo di libri, di film, di serie tv oppure di temi di attualità che suscitano la loro curiosità.
E a volte si parla e basta, perché ci sono problemi che i ragazzi non riescono ad affrontare a casa, e credo che, se un docente diventa per loro un adulto di riferimento, non debba venire meno al suo ruolo, ma onorarlo ogni volta che è possibile.
Il corpo docente italiano è costituito per la maggior parte da donne, ma secondo lei le donne sono ben rappresentate nei libri di testo?
Il corpo docente italiano è costituito prevalentemente da donne per una serie di ragioni politiche e culturali che sarebbe ora di svecchiare. Già dal Sette-Ottocento era ritenuto l’unico mestiere dignitoso che potesse svolgere una donna che non aveva dote o mezzi familiari di sostentamento, e la letteratura è piena di istitutrici, magari orfane come Jane Eyre, che trovano nell’insegnamento una forma di autonomia. Nel secolo scorso è rimasto un lavoro “adatto alle donne” sia perché mal retribuito e poco appetibile per gli uomini, sia perché, svolgendosi molto da casa nel pomeriggio (preparare le lezioni, correggere compiti), era considerato compatibile con la gestione dei figli e della famiglia. Oggi, tra rientri, collegi, consigli di classe, formazione, progetti scolastici di diversa natura, come quelli finanziati dal Programma Operativo Nazionale, e attività varie non è più così, ma lo stereotipo delle “18 ore” settimanali è duro a morire.
Per quanto riguarda la rappresentazione delle donne nei libri di testo, mi piacerebbe poter rispondere sì, sono ben rappresentate, ma la realtà è diversa. Nelle scuole superiori, dove insegno, le donne sono presenti soprattutto nelle antologie del biennio: è facile trovare scrittrici e poetesse, classiche e contemporanee, italiane e straniere. Quando però si passa al triennio, dove si studia la storia della letteratura e si costruisce il canone degli autori considerati fondamentali per la tradizione letteraria italiana, le donne di fatto scompaiono. Sono anni che controllo le proposte editoriali per il triennio che arrivano a scuola, e l’unica a essersi guadagnata mezza paginetta nella letteratura dell’ultimo anno, oltre a Matilde Serao (per “Il Mattino”) e Grazia Deledda (grazie al Premio Nobel), è Elsa Morante (per essere stata la prima a vincere il Premio Strega, forse). Insomma, sembra quasi che le donne debbano vincere importanti riconoscimenti per poter essere considerate degne di entrare nel canone, mentre per gli uomini tutto si svolga con maggiore naturalezza e minor sforzo. Sogno una letteratura italiana più bilanciata, dove le scrittrici non debbano essere confinate in approfondimenti a discrezione del docente, in una specie di “ghetto letterario”, ma entrino, finalmente, a far parte del canone dove meritano di stare. E nomi come quelli di Natalia Ginzburg, Goliarda Sapienza, Anna Maria Ortese, Alba De Céspedes, Fleur Jaeggy, Elena Ferrante e molte altre non ne restino fuori.
Ha imparato qualcosa dai suoi allievi e dalle sue allieve?
Sempre, ogni giorno. Soprattutto a chiedere scusa e a non far valere a tutti i costi il principio di autorità nel quale è facile cadere. Passiamo molto tempo insieme, e noi docenti siamo chiamati, inevitabilmente, a svolgere anche una funzione educativa oltre che didattica. La stanchezza, il nervosismo, le questioni personali dovrebbero essere sempre lasciate fuori dalla porta, ma a volte non è facile, a volte si discute, ci si scontra. Da loro ho imparato che essere una docente non mi colloca automaticamente dal lato della ragione, ho imparato a mettermi in discussione, anche come insegnante. In alcune scuole mi è capitato che i ragazzi si lamentassero perché le lezioni erano troppo difficili, e così li ho ascoltati e le ho rimodulate. Insomma, porsi in ascolto, dialogare, sono elementi imprescindibili per riuscire a far funzionare una classe, o almeno provarci.
Pensa che un insegnante possa cambiare la vita degli studenti?
Io non sono una di quelle insegnanti “vocate”; anzi, odio le parole “vocazione” o “missione” applicate alla scuola, perché secondo me servono solo a far associare questo lavoro al volontariato e a giustificare stipendi bassi e gratificazioni inesistenti. Così come non amo l’idea di fare l’insegnante per – lo sento dire spesso – “plasmare le menti”. I ragazzi non sono plastilina e noi non siamo demiurghi, il nostro lavoro è fornire conoscenze e competenze e sviluppare il più possibile il loro spirito critico e la loro immaginazione, non renderli piccoli epigoni della nostra personalità o delle nostre idee. La retorica costituita dal fatale mix vocazione/demiurgo ha reso la scuola un posto peggiore, temo.
Però credo nella dedizione e nell’amore per il proprio lavoro, nel farlo al massimo delle proprie capacità, nel continuare a studiare sempre e a evolversi per offrire il meglio. Un insegnante può certamente cambiare la vita di uno studente, ma questo vale in entrambe le direzioni, sia in meglio che in peggio. Non rendere la scuola un trauma è una nostra precisa responsabilità; se poi, nel farlo, siamo riusciti a instillare una scintilla di interesse o passione per la nostra materia in qualcuno di loro, o anche solo a lasciargli un bel ricordo, be’, questo lo diranno i posteri; ma quando succede è una delle emozioni più belle che questo mestiere possa suscitare. Con alcuni miei ex alunni adesso siamo amici e ci diamo (finalmente) del tu; e posso dire che, anche in questi casi, è stato reciproco: se io posso aver cambiato in qualche modo la loro vita, loro hanno sicuramente cambiato in meglio la mia.






