Spiegare è un’attività che si può fare solo in aula? E se la spiegazione si potesse ascoltare, vedere o leggere a casa, assimilandola con i propri tempi, per poi consolidare le conoscenze in classe attraverso attività pratiche e discussioni guidate dall’insegnante?
È questa l’idea semplice ma potente alla base della flipped classroom (aula capovolta), una metodologia didattica le cui radici pedagogiche possono essere rintracciate già negli anni Ottanta, tra Unione Sovietica e Stati Uniti.
La prima a proporre un modello simile è stata probabilmente Militsa Nechkina, membro dell’Accademia delle Scienze Pedagogiche sovietica: nel 1984 immaginò una forma di insegnamento in cui gli allievi, a partire dalla lettura autonoma di un testo predisposto dal docente, potessero estrarre nuove conoscenze da discutere successivamente in classe. La lezione diventava così una sessione di gruppo guidata dall’insegnante, orientata a costruire una conclusione condivisa attraverso un confronto partecipativo.
Un simile percorso di apprendimento attribuisce al docente un ruolo molto diverso da quello tradizionale di dispensatore di conoscenze tipico della lezione frontale. L’insegnante diventa piuttosto un mediatore e un facilitatore dell’apprendimento. È proprio su questo punto che, pochi anni dopo il contributo di Nechkina, nel 1993 si concentra Alison King nel suo celebre saggio From Sage on the Stage to Guide on the Side, in cui descrive l’emergere di una nuova figura di docente: non più il “saggio sul palco”, ma una guida che, scesa dalla cattedra, lavora accanto agli studenti per accompagnarli nel processo di apprendimento.
Su queste basi teoriche nasce, nel 2007, il concetto di flipped classroom, grazie al lavoro di due insegnanti di chimica della Woodland Park High School, in Colorado, Jonathan Bergmann e Aaron Sams. In questa “classe capovolta” l’assimilazione dei concetti avviene prevalentemente nello studio autonomo, mentre il tempo in aula è dedicato a laboratori, discussioni e attività pratiche che aiutano gli studenti a elaborare e approfondire le conoscenze. Inizialmente il modello fu adottato dai due docenti per risolvere un problema molto concreto: le lezioni perse dagli studenti. Bergmann e Sams iniziarono così a registrare videolezioni sugli argomenti del programma, che gli studenti potevano guardare a casa, per poi dedicare il tempo in aula a chiarimenti, esercitazioni e attività di consolidamento.
Il metodo si è diffuso rapidamente anche in Italia, grazie al lavoro di studiosi e pedagogisti come Graziano Cecchinato dell’Università di Padova e all’associazione Flipnet, nata con l’obiettivo di promuovere la diffusione della flipped classroom e di creare un archivio condiviso di materiali didattici, in particolare videolezioni, utili all’applicazione di questo modello.
Ma come si traduce tutto questo nella pratica di una lezione? Immaginiamo, per esempio, una lezione di storia sulla presa della Bastiglia. Il docente potrebbe assegnare come compito a casa la visione di un video che spiega l’evento e la lettura di una scheda di approfondimento sul contesto storico, sugli avvenimenti del 14 luglio 1789 e sulle loro conseguenze immediate.
Il giorno successivo, in classe, l’insegnante potrebbe iniziare con una rapida attività di verifica, per esempio un breve quiz su Kahoot! (piattaforma di giochi e quiz molto usata a scuola) con poche domande mirate, per assicurarsi che i concetti chiave siano stati compresi. Successivamente la classe potrebbe essere divisa in gruppi e coinvolta in un gioco di ruolo, in cui ciascun gruppo rappresenta uno dei soggetti coinvolti negli eventi: i cittadini di Parigi, i membri dell’Assemblea Nazionale, i soldati della Bastiglia o lo stesso re Luigi XVI. Attraverso questa attività gli studenti ricostruirebbero il punto di vista e le motivazioni dei diversi protagonisti. A partire da qui si potrebbe aprire una discussione guidata dall’insegnante sul significato storico della presa della Bastiglia, arrivando insieme a una sintesi condivisa.
In questa “classe capovolta” l’assimilazione dei concetti avviene prevalentemente nello studio autonomo, mentre il tempo in aula è dedicato a laboratori, discussioni e attività pratiche che aiutano gli studenti a elaborare e approfondire le conoscenze.
Ma perché un approccio di questo tipo dovrebbe funzionare?
Secondo la tassonomia dell’apprendimento elaborata negli anni Cinquanta dallo psicologo dell’educazione Benjamin Bloom, il processo cognitivo si articola in diversi livelli, organizzati da attività più semplici ad attività progressivamente più complesse. In forma semplificata, questi livelli possono essere ordinati, su una scala di complessità, in questo modo: ricordare, comprendere, applicare, analizzare, valutare e creare.
Nel modello della flipped classroom le funzioni cognitive più basilari (come ricordare date ed eventi o comprendere le relazioni tra i fatti), che nella didattica tradizionale avvengono durante la lezione frontale, vengono svolte a casa attraverso contenuti preparati dal docente ad hoc. Il tempo in aula viene invece dedicato ai livelli cognitivi più avanzati, come applicare, analizzare, valutare o creare, attraverso attività che richiedono la partecipazione attiva degli studenti e la guida dell’insegnante.
I benefici potenziali sono molteplici. La fase di memorizzazione può adattarsi ai tempi e alle modalità di apprendimento di ciascuno studente (che per esempio può rivedere più volte la videolezione); il tempo in classe viene dedicato ad attività cognitive più complesse e collaborative; e il docente smette di essere percepito come un semplice dispensatore di nozioni, diventando piuttosto una guida capace di orientare gli studenti nel processo di costruzione della conoscenza.
In fondo, capovolgere la classe non significa soltanto cambiare l’ordine delle attività, ma anche trasformare il modo in cui si impara: da un sapere trasmesso dall’alto a un sapere costruito insieme.





