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5 Febbraio 2026
20 ottobre 2025

Funghi velenosi ed elogio dell’errore

Dalla didattica delle risposte alla didattica delle domande
di Marco Vacchetti
Tempo di lettura stimato: 7 minuti

Prima vignetta: un omino dalla faccia tonda tiene in mano un fungo rosso a pallini bianchi, lo mostra alla webcam del computer e domanda al software di AI se è commestibile. Seconda vignetta: l’uomo giace in un letto di ospedale con una flebo al braccio e il chatbot sullo schermo gli dice: “Hai perfettamente ragione, quei funghi che hai raccolto sono velenosi, ti interessa saperne di più sui funghi velenosi? Se vuoi, posso aiutarti a disintossicarti”.

Questa e altre battute simili circolano in rete, prendendo di mira la fallibilità dell’AI, che commette errori e spesso, al posto di un cauto silenzio, inventa risposte a vanvera, proprio come quegli studenti che durante l’interrogazione lottano ferocemente per strappare una sufficienza e sono disposti ad ammettere tutto e il contrario di tutto, accroccando sequenze di parole con una parvenza di senso compiuto e competente, pur di iscrivere a registro un salvifico cinquealsei grazie alla clemenza del docente, disposto ad apprezzare almeno sforzo e fantasia.
Quando l’AI sbaglia, salvo in caso di avvelenamento, proviamo un senso di sottile soddisfazione e sollievo, rivincita e vendetta, un po’ come quando il secchione di turno prende una solenne cantonata. Eppure, proprio nella risposta sbagliata si cela un tesoro didattico, una miniera della conoscenza, una vena aurifera tutta da sfruttare per la crescita del sapere. E parliamo qui del Sapere vero, quello con la S maiuscola, figlio dell’Esperienza e del Metodo, nipote della Curiosità e dell’Indagine, non certamente del sapere inteso come psittacismo, che, nonostante il nome, non è scuola filosofica dell’antichità ma piatta e pappagallesca ripetizione della paginetta imparata, della lezioncina subita, del compitino svolto.
Dunque, elogiamo lo sbaglio, anche quello prodotto dall’AI, perché in classe permette di praticare quella “didattica dell’errore” che germina a partire dalla ricerca del medesimo, prospera attraverso la confutazione argomentata, matura via via con la correzione e fruttifica non tanto in una qualche santa verità, ma nell’acquisizione di un processo conoscitivo irrigato dal dubbio, nutrito dalla verifica e confortato dalla prova. A differenza del libro di testo, che si propone come depositario ultimo dell’autentica conoscenza (tanto da venire spesso invocato dallo studente come l’ultimo baluardo delle proprie ragioni…… “Ma c’è scritto sul libro!”), la rete e l’AI con il loro carico di imprecisioni, superficialità e fake offrono al docente l’occasione per stimolare la vigile attenzione del giovin discente, renderlo consapevole e interessato, trasformandolo da raccoglitore stanziale di nozioni in vagabondo cacciatore di conoscenze.

Una rivoluzione copernicana che richiede il passaggio da una didattica progettata per produrre risposte a un insegnamento che punta a generare dubbi e quesiti

Per muoversi su questo terreno bisognerà mettere da parte le ceste e le bisacce del sapere a memoria e dotarsi di reti, lance, arco e frecce, che sarebbero poi semplici domande. Una rivoluzione copernicana che richiede il passaggio da una didattica progettata per produrre risposte a un insegnamento che punta a generare dubbi e quesiti. Tanto meglio lavora l’intelligenza, naturale o artificiale che sia, quanto migliori, articolati, appropriati e precisi sono gli interrogativi. La storia insegna: per comprendere che la Terra non è al centro dell’universo furono utili, più del canonico ipse dixit o dell’Almagesto, il cannocchiale, l’osservazione minuziosa e calcoli e ricalcoli, incertezze e mal di pancia, sul perché ‘ste benedette orbite circolari, cicli deferenti ed epicicli d’Apollonio descrivessero pianeti erranti, ma anche… errori.
Così, a interrogare non sarà il professore, ma lo studente. Visione utopica? Possibile, probabile. Tuttavia immaginare non comporta costi aggiuntivi per lo Stato… e allora, ecco che l’aula si trasforma in στοά, portico sì, ma soprattutto luogo aperto al dialogo e alla condivisione della conoscenza, dove al centro non c’è più nessuno, né docente né discente, perché la dicotomia è sparigliata dal terzo incomodo, l’interlocutore digitale. In questo modo la dialettica educativa avrà meno occasioni per essere svolta come un monologo dottorale ex cathedra e potrà invece essere il sapido frutto di una triangolazione tra attori che presentano, ciascuno a modo suo, limiti e capacità proprie.

Il cammino della didattica dalla logica delle risposte a quella delle domande ci porta a una concezione della conoscenza che non è più prodotto, ma processo, non contenuto ma competenza, figlia autentica della maieutica

Senza contare che in prospettiva futura, dando per scontato il sempre maggior impiego dell’universo digitale, potrà risultare più utile essere attrezzati a scovare errori che ad assimilare presunte verità. Lo sosteneva, quasi un secolo fa, Karl Popper nella Logica della ricerca (1934), propugnando l’idea di una scienza pensata come l’elaborazione di ipotesi e idee costantemente verificate dalla ricerca critica dell’errore, così che ogni soluzione di un quesito possa determinare nuovi problemi da risolvere, nuovi dubbi e nuove domande.
Il cammino della didattica dalla logica delle risposte a quella delle domande ci porta a una concezione della conoscenza che non è più prodotto, ma processo, non contenuto ma competenza, figlia autentica della maieutica.
Non a caso già Socrate, circa venticinque secoli fa, veniva spesso rimproverato di essere maestro nell’interrogare gli altri senza mai manifestare il proprio pensiero: “A che genere di uomini appartengo? A quello di chi prova piacere nell’essere confutato, se dice cosa non vera, e nel confutare, se qualcuno non dice il vero, e che, senza dubbio, accetta d’esser confutato con un piacere non minore di quello che prova confutando. Infatti, io ritengo che l’esser confutati sia un bene maggiore, nel senso che è meglio essere liberati dal male più grande piuttosto che liberarne altri. Niente, difatti, è per l’uomo un male tanto grande quanto una falsa opinione sulle questioni di cui ora stiamo discutendo. Se dunque anche tu sostieni di essere un uomo di questo genere, discutiamo pure; altrimenti, se credi sia meglio smettere, lasciamo perdere e chiudiamo il discorso”.*


* In Platone, Gorgia, https://it.wikiquote.org/wiki/Socrate

Marco Vacchetti

È nato a Torino nel 1960. Insegna italiano e latino presso il liceo classico “D’Azeglio” della sua città. Dal 1995 ha insegnato al Master in Tecniche della narrazione della Scuola Holden, di cui dal 2000 al 2006 è stato anche direttore didattico. Ha pubblicato il libro Storie dell’arte (Rizzoli 2000). Dal 2007 al 2009 ha tenuto la rubrica Pianeta Scuola per il quotidiano “la Repubblica”. Per Einaudi ha pubblicato Disegnare un elefante. L’insegnante di liceo come professione (2024). Ha curato progetti e seminari di didattica della scrittura per vari istituti e società: Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo, Iulm di Milano, Ied di Torino, Politecnico di Torino, Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo, UniCredit, Heineken, Fondazione Feltrinelli, Circolo dei Lettori e Festival Torino Spiritualità.

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