Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, prende forma una vera e propria rivoluzione nel mondo dell’educazione, l’attivismo pedagogico, che, attraverso figure come John Dewey (1849-1952) e William H. Kilpatrick (1871-1965), sposta il baricentro dal docente allo studente e dall’apprendimento mnemonico all’esperienza.
La metodologia del project-based learning affonda le sue radici proprio in questo movimento che teorizza un nuovo modello di educazione, mettendo in discussione non solo le modalità di insegnamento, ma anche il rapporto tradizionale tra docente e studente.
In particolare, è Kilpatrick, allievo e collaboratore di Dewey, a sistematizzare in Project Method, un testo del 1918, la visione pedagogica del maestro secondo cui la conoscenza non si trasmette semplicemente, ma si costruisce attivamente attraverso l’esperienza.
Al centro del metodo di Kilpatrick vi sono l’interesse e l’iniziativa degli studenti. Il loro compito è affrontare un problema che possano percepire come autentico e significativo, lavorando in autonomia con il docente nel ruolo di facilitatore.
Il project-based learning che oggi viene applicato nelle nostre scuole rappresenta la rielaborazione, dopo un secolo di sperimentazioni e ricerca educativa, dell’intuizione pedagogica di Dewey che, nel 1938, in Esperienza ed educazione, scriveva:
«Che beneficio c’è ad accumulare prescritte notizie di geografia e di storia se con questo l’individuo perde la sua anima, il discernimento delle cose buone, dei valori cui queste cose si riferiscono; se perde il desiderio di applicare ciò che ha appreso e, soprattutto, se ha perduto la capacità di estrarre il significato dalle esperienze future in cui via via si imbatterà?»
Ma in cosa consiste questo modello di insegnamento e come viene applicato nella didattica contemporanea?
Il primo passaggio è l’identificazione di una domanda o di un problema vicino alla realtà degli studenti, che sia per loro interessante e che possa essere affrontato con strumenti alla loro portata. La domanda non deve essere impossibile, ma nemmeno così semplice da suggerire una soluzione immediata. Nel project-based learning, il compito iniziale impegna tradizionalmente gli studenti per un periodo prolungato, talvolta settimane o mesi, e si articola in diverse fasi.
Prendiamo per esempio la domanda di partenza: «Come possiamo rendere il nostro quartiere più verde e vivibile?»
Un secondo passaggio prevede la costituzione di piccoli gruppi. La collaborazione è infatti uno degli elementi fondamentali di questo metodo: consente di integrare competenze diverse, confrontare punti di vista e sperimentare il lavoro di squadra orientato a un obiettivo comune.
Successivamente, i gruppi definiscono, con il supporto dell’insegnante quando necessario, le modalità più adatte per acquisire informazioni sul problema. Potrebbero, per esempio, esplorare il quartiere attraverso un reportage fotografico, intervistare commercianti e abitanti, o ancora effettuare rilevazioni più tecniche, come la misurazione delle aree verdi, la mappatura delle piste ciclabili e così via. Una volta raccolti i dati, gli studenti possono analizzare i principali problemi che limitano la vivibilità e la sostenibilità del quartiere.
Oltre a questi obiettivi, però, il project-based learning custodisce un’ambizione ancora più profonda, perfettamente in linea con gli intenti pedagogici di Dewey e Kilpatrick: aiutare lo studente a scoprire che ciò che apprende a scuola può diventare uno strumento concreto per comprendere e trasformare la realtà che lo circonda.
Individuati gli aspetti su cui intervenire, si apre una nuova fase di ricerca dedicata alle possibili soluzioni. Si potrebbero, per esempio, studiare le iniziative adottate in altre città e confrontarne i risultati. I diversi gruppi possono così elaborare più proposte, integrando conoscenze provenienti da discipline diverse e dando vita a una pluralità di idee.
Segue poi la fase di progettazione, che deve essere quanto più possibile concreta. Le proposte possono prendere forma attraverso plastici, modelli digitali o ricostruzioni tridimensionali. La realizzazione di un progetto realistico e realizzabile costituisce il cuore di questo metodo. Nel nostro esempio, gli studenti potrebbero presentare un modello 3D del quartiere accompagnato da una relazione che illustri come le modifiche proposte rispondano alla domanda iniziale.
L’ultimo passaggio, ugualmente importante, è la comunicazione dei risultati: gli studenti potrebbero ideare uno slogan e realizzare un breve video promozionale che sintetizzi i punti di forza del loro progetto.
Il percorso di project-based learning potrebbe concludersi con un evento aperto ai genitori, ai cittadini e alle realtà del territorio, durante il quale gli studenti presentano i propri progetti e i video realizzati, rispondendo alle domande del pubblico e di eventuali amministratori invitati.
In questo modello anche la valutazione assume caratteristiche diverse rispetto alla didattica tradizionale. Non si considera soltanto il prodotto finale, ma anche e soprattutto il percorso seguito dagli studenti, la capacità di collaborare e di organizzare il lavoro, di argomentare le proprie scelte e di riflettere sul processo di apprendimento.
L’esempio appena illustrato presenta, come dovrebbe avvenire per i progetti sviluppati attraverso questa metodologia, una forte dimensione interdisciplinare e consente di sviluppare competenze trasversali come il problem solving, il pensiero critico, la creatività, la cittadinanza attiva, la collaborazione e l’uso consapevole delle tecnologie digitali.
Oltre a questi obiettivi, però, il project-based learning custodisce un’ambizione ancora più profonda, perfettamente in linea con gli intenti pedagogici di Dewey e Kilpatrick: aiutare lo studente a scoprire che ciò che apprende a scuola può diventare uno strumento concreto per comprendere e trasformare la realtà che lo circonda. Le conoscenze non rimangono così concetti astratti da memorizzare, ma diventano risorse da utilizzare per affrontare problemi autentici, prendere decisioni e realizzare progetti significativi.
In questa prospettiva, il divario tra scuola e vita si riduce fino a quasi scomparire. Il docente, lungi dall’essere un semplice dispensatore di conoscenze, accompagna gli studenti nella costruzione del sapere, indicando percorsi possibili, sostenendo la ricerca e aiutandoli a dare forma alle loro idee. È questa, in fondo, l’eredità più attuale lasciata da Dewey e Kilpatrick: una scuola che non considera la vita come qualcosa che inizierà dopo gli studi, ma che la fa entrare ogni giorno in classe.





