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Tornare in classe

Intervista a Stefano Bartezzaghi - semiologo, enigmista, saggista, giornalista

Tempo di lettura stimato: 5 minuti
12 Maggio 2026
12 Maggio 2026

Ha un ricordo specifico, un evento, un insegnante che le viene in mente quando pensa alla scuola?

Di recente ci ho pensato spesso, perché è mancato un professore che è stato una persona molto importante per me e nel tempo è diventato un amico: Franco Fracchia. Aveva esattamente dieci anni più di me e, insieme ai miei compagni, siamo stati la sua prima classe; poi ha finito la carriera come preside di un istituto nautico a Sassari.

Ci sono altri insegnanti che sono rimasti nella sua memoria?

Sono stato a scuola l’ultimo anno in cui c’erano le classi maschili e femminili separate. In prima elementare la mia maestra si chiamava Lisa, me lo ricordo perché aveva gli occhi blu, e quell’estate spopolava la canzone Lisa dagli occhi blu. Lei era molto bionda, molto coreografica, severissima e in seconda elementare fu sostituita dal maestro Nicola. Di lui ricordo i baffi, i peli nelle orecchie e che mi faceva paura, anche se era più buono della maestra Lisa. Tutto l’opposto di Franco Fracchia, che era un fricchettone e suonava il basso con la Treves Blues Band.

C’è un ciclo scolastico che per lei è stato particolarmente importante?

Sicuramente le scuole medie. Vivevo alla Bovisa, un quartiere misto, con persone di provenienze e condizioni economiche diverse. E lì, in quel luogo mescolato, ho avuto una sorpresa: ho incontrato le ragazze.

Frequentavo la Catone, una scuola sperimentale con sistemi didattici al tempo innovativi; la classe, per esempio, era organizzata in isole e non in banchi, si facevano ore interdisciplinari, eravamo stimolati al dialogo e a riflessioni magari un po’ utopistiche, che però mi sono rimaste in mente. E poi facevamo tantissime uscite: quel po’ di Milano che conosco arriva da lì. Dalla Bovisa era un viaggio andare in città, ma uscivamo: ho scoperto Santa Maria delle Grazie, San Satiro, il Museo Archeologico, la zona antica di Milano, le colonne di San Lorenzo, San Lorenzo, Sant’Eustorgio. Tutto con la mitica Bressi, professoressa di lettere fatta a forma di professoressa di lettere, che poi è venuta, veramente molto anziana, ma inconfondibile, a sentire una mia conferenza al Piccolo Teatro… non la vedevo da tantissimi anni, è stata una grande emozione!

E che ricordi ha dei compagni di classe?

Li ho persi tutti di vista; ho fatto l’università a Bologna, sono partito, ma sono anche un po’ scappato: non ne potevo più. Ricordo che una volta in vacanza ho incontrato per caso una compagna del liceo, che era stata anche proprio un’amica e che non avevo mai più visto: una vera “carrambata”, per scoprire poi che non siamo mai stati molto lontani. È stato emozionante perché lei era stata a casa mia, aveva conosciuto mio padre: nessuna delle persone che frequento oggi, a parte i miei cari, lo ha mai conosciuto.

Le scuole che ha frequentato hanno influito in qualche maniera sul lavoro che fa oggi?

Le direi ancora le medie. In quella scuola sperimentale c’erano già gli organi rappresentativi dei genitori e mio padre [il celebre enigmista Piero Bartezzaghi, n.d.r.] era presidente del consiglio d’istituto. Era un periodo in cui lo sentivo molto vicino, ed è stato allora che ho cominciato a seguire l’enigmistica. La mia era una scuola che assecondava le inclinazioni personali: la lettura e la scrittura le ho scoperte lì, mentre del liceo ho un ricordo negativo – a parte Franco, che comunque nel primo anno mi ha dato dei 3. Non ricordo di aver studiato, l’avrò fatto, ma non tanto; però non sono mai stato rimandato… Disegno me lo sarei meritato, ma avevo iniziato a lavorare e quindi pagavo qualcuno che facesse le tavole di disegno tecnico al posto mio.

Quindi del liceo ha solo ricordi negativi?

All’epoca dovevi andare al liceo di zona, io invece volevo andare in città. Avrei voluto fare il Classico, ma mio fratello maggiore faceva lo Scientifico, c’erano già i suoi libri in casa e quindi non ho avuto scelta. Dopo che Franco se n’era andato, avevo cambiato classe per una riorganizzazione interna e la scuola proprio non mi piaceva. È in quel momento che mi sono appassionato alla musica, ho trovato ascolto in famiglia, mi hanno preso un sassofono e ho iniziato a suonare. Suonavo tantissimo, studiavo tantissimo – per la gioia dei vicini di casa e dei miei fratelli! Ho anche accarezzato il progetto di andare al conservatorio, però a un certo punto mi è mancato il coraggio.

In ogni caso, non sembravo vocato allo studio. Invece un po’ lo ero, l’ho capito all’università. Mi sono maturato nell’81 e mi sono iscritto al DAMS, che era il mito dell’epoca; sapevo che non sarei mai diventato un musicista, ma avrei potuto diventare musicologo. Invece ho incontrato Umberto Eco a Semiotica e quindi ho preso la strada definitiva, che mi ha aiutato a riorganizzare le esperienze fatte al liceo, tra cui molte letture extrascolastiche consigliate sottobanco da professori intelligenti. E lì è tornato un po’ tutto. Enigmistica compresa. Perché alla fine le strade che per ragioni più o meno estemporanee non hai seguito riemergono e recuperi tutto quello che puoi.

Ha contatti con la scuola di oggi?

Da poco sono stato in una scuola media a Velletri a parlare di un libro sulla lingua, Le parole fanno il solletico, in cui con Daniel Pennac giochiamo sui modi di dire francesi e italiani. È stata un’esperienza stupenda, perché questi ragazzini hanno letto il libro e hanno posto domande belle e inaspettate. E in questi casi si capisce come funziona la passione: a Velletri c’è una libraia che lavora con tutte le scuole; gli insegnanti la seguono e si crea una prima trasmissione di energia, perché i ragazzi vedono l’energia dei professori, e si sa che quando ne convinci uno e ne sommuovi un altro, poi ti seguono tutti. Quindi capisci che ne vale la pena.

Se ne avesse la possibilità, cosa consiglierebbe agli studenti e alle studentesse di oggi?

Consiglierei di liberarsi dall’idea di applicare delle formule, che sono il contrario della creatività. Mi pare che ci sia una domanda di sapere sostanzialmente azzerata: molti vogliono indicazioni per guadagnare, non necessariamente per fare i soldi, ma per sopravvivere; scambiano la scuola e l’università per un corso professionalizzante, invece dovrebbero avere l’idea che è importante studiare anche argomenti che non hanno una vendibilità immediata, ma che servono per dare spessore e profondità al proprio pensiero. Quando il cinema italiano è stato grande, non è che Flaiano seguisse dei corsi di sceneggiatura, però sapeva chi era Kant…
di Federica Pascotto

Stefano Bartezzaghi

(Milano, 20 luglio 1962) è un giornalista e scrittore italiano. Si è laureato al DAMS di Bologna con Umberto Eco. Dal 1987 ha tenuto rubriche sui giochi, sui libri, sul linguaggio. Attualmente collabora con il quotidiano “la Repubblica”, per il quale pubblica le rubriche “Lessico e Nuvole”, “Lapsus”, “Fuori di Testo”, e con il settimanale “l’Espresso”, con la rubrica di critica linguistica “Come dire”. È docente a contratto presso lo IULM – Libera Università di Lingue e Comunicazione di Milano, dove attualmente insegna Semiotica del linguaggio e Creatività.

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