Ha un ricordo specifico, un evento, un insegnante che le viene in mente quando pensa alla scuola?
Ci sono altri insegnanti che sono rimasti nella sua memoria?
C’è un ciclo scolastico che per lei è stato particolarmente importante?
Sicuramente le scuole medie. Vivevo alla Bovisa, un quartiere misto, con persone di provenienze e condizioni economiche diverse. E lì, in quel luogo mescolato, ho avuto una sorpresa: ho incontrato le ragazze.
Frequentavo la Catone, una scuola sperimentale con sistemi didattici al tempo innovativi; la classe, per esempio, era organizzata in isole e non in banchi, si facevano ore interdisciplinari, eravamo stimolati al dialogo e a riflessioni magari un po’ utopistiche, che però mi sono rimaste in mente. E poi facevamo tantissime uscite: quel po’ di Milano che conosco arriva da lì. Dalla Bovisa era un viaggio andare in città, ma uscivamo: ho scoperto Santa Maria delle Grazie, San Satiro, il Museo Archeologico, la zona antica di Milano, le colonne di San Lorenzo, San Lorenzo, Sant’Eustorgio. Tutto con la mitica Bressi, professoressa di lettere fatta a forma di professoressa di lettere, che poi è venuta, veramente molto anziana, ma inconfondibile, a sentire una mia conferenza al Piccolo Teatro… non la vedevo da tantissimi anni, è stata una grande emozione!
E che ricordi ha dei compagni di classe?
Le scuole che ha frequentato hanno influito in qualche maniera sul lavoro che fa oggi?
Quindi del liceo ha solo ricordi negativi?
All’epoca dovevi andare al liceo di zona, io invece volevo andare in città. Avrei voluto fare il Classico, ma mio fratello maggiore faceva lo Scientifico, c’erano già i suoi libri in casa e quindi non ho avuto scelta. Dopo che Franco se n’era andato, avevo cambiato classe per una riorganizzazione interna e la scuola proprio non mi piaceva. È in quel momento che mi sono appassionato alla musica, ho trovato ascolto in famiglia, mi hanno preso un sassofono e ho iniziato a suonare. Suonavo tantissimo, studiavo tantissimo – per la gioia dei vicini di casa e dei miei fratelli! Ho anche accarezzato il progetto di andare al conservatorio, però a un certo punto mi è mancato il coraggio.
In ogni caso, non sembravo vocato allo studio. Invece un po’ lo ero, l’ho capito all’università. Mi sono maturato nell’81 e mi sono iscritto al DAMS, che era il mito dell’epoca; sapevo che non sarei mai diventato un musicista, ma avrei potuto diventare musicologo. Invece ho incontrato Umberto Eco a Semiotica e quindi ho preso la strada definitiva, che mi ha aiutato a riorganizzare le esperienze fatte al liceo, tra cui molte letture extrascolastiche consigliate sottobanco da professori intelligenti. E lì è tornato un po’ tutto. Enigmistica compresa. Perché alla fine le strade che per ragioni più o meno estemporanee non hai seguito riemergono e recuperi tutto quello che puoi.
Ha contatti con la scuola di oggi?
Se ne avesse la possibilità, cosa consiglierebbe agli studenti e alle studentesse di oggi?
Stefano Bartezzaghi
(Milano, 20 luglio 1962) è un giornalista e scrittore italiano. Si è laureato al DAMS di Bologna con Umberto Eco. Dal 1987 ha tenuto rubriche sui giochi, sui libri, sul linguaggio. Attualmente collabora con il quotidiano “la Repubblica”, per il quale pubblica le rubriche “Lessico e Nuvole”, “Lapsus”, “Fuori di Testo”, e con il settimanale “l’Espresso”, con la rubrica di critica linguistica “Come dire”. È docente a contratto presso lo IULM – Libera Università di Lingue e Comunicazione di Milano, dove attualmente insegna Semiotica del linguaggio e Creatività.





