In che scuola insegna?
Insegno nella scuola primaria Garaventa-Gallo, che fa parte dell’Istituto Comprensivo centro storico di Genova, in una zona che fino a pochi anni fa era considerata un’area a rischio, caratterizzata da una forte immigrazione e da disagio sociale. La scuola ha preso il nome da Nicolò Garaventa, un educatore e filantropo che realizzò a fine Ottocento un progetto didattico su una nave, proprio qui a Genova: un collegio galleggiante dove venivano mandati i ragazzi di strada, bambini con difficoltà spesso legate a condizioni di estrema povertà. Uno degli insegnanti è stato don Gallo. A questa esperienza si è poi ispirata una scuola vera e propria, sorta in una strada del centro storico, via San Giorgio, davanti al mare. Attualmente si trova in un palazzo costruito con i fondi europei, sempre in centro storico, dove c’erano ancora le macerie della Seconda guerra mondiale.
Da quanto insegna? E quali materie?
Sono in questa scuola da trent’anni, dopo un primo anno trascorso in una scuola di periferia. Insegno matematica, scienze, geografia e musica. La sfida più interessante è trovare le connessioni interdisciplinari che le legano, perché è così che si stimola l’apprendimento.
Com’è cambiata la scuola in questi anni?
Oggi siamo sommersi dalla burocrazia. Anni fa c’era molta più libertà, in particolare nella gestione delle uscite da scuola. Era tutto più facile. C’era un rapporto più stretto con i servizi, con gli assistenti sociali, che avevano a loro volta più libertà e tempo da dedicare ai singoli casi. Conoscevano le famiglie, i bambini. Poi sono stati drasticamente tagliati i finanziamenti. C’erano progetti speciali; nella mia scuola, per esempio, è stata realizzata una delle prime biblioteche interculturali d’Italia. A quell’epoca, molte persone del quartiere parlavano male della nostra scuola a causa della presenza di tanti immigrati, c’era un po’ di paura. Poi, nel tempo, anche attraverso il progetto di questa biblioteca, la scuola si è aperta al territorio ed è diventata un punto di riferimento Oggi riusciamo a realizzare progetti che molti istituti non sono più in grado di attivare. Per esempio, abbiamo il tempo pieno e le classi aperte. Facciamo un laboratorio una volta a settimana in cui coinvolgiamo i bambini delle diverse età e classi, in pratica tutta la scuola.
Com’è diventata insegnante?
A Genova è stato attivo per molti anni un importante laboratorio interculturale del Comune, il Laboratorio migrazione, dove mi sono formata, parallelamente a un corso regionale di animatrice del tempo libero. Ho iniziato a lavorare con gli adolescenti in periferia e con gruppi di anziani, ho esplorato a fondo il campo dell’animazione sociale. Solo in un secondo tempo ho fatto il concorso per entrare a scuola perché ero diplomata alle magistrali.
Insegnare è stato un percorso di enorme crescita, perché mi ha costretto a mettermi in gioco, soprattutto in zone di questo tipo. Dei venticinque bambini, nella mia prima classe, due terzi erano seguiti dai servizi, quindi era decisamente complicato. E io non mi accontento delle scorciatoie. Quindi ho iniziato a dedicare molto tempo allo studio, alla formazione, il materiale didattico proposto dall’editoria scolastica non mi bastava.
Insegnare è stato un percorso di enorme crescita, perché mi ha costretto a mettermi in gioco, soprattutto in zone di questo tipo. Dei venticinque bambini, nella mia prima classe, due terzi erano seguiti dai servizi, quindi era decisamente complicato. E io non mi accontento delle scorciatoie. Quindi ho iniziato a dedicare molto tempo allo studio, alla formazione, il materiale didattico proposto dall’editoria scolastica non mi bastava.
Il metodo maieutico è un atteggiamento mentale che lavora essenzialmente sulle domande e i bambini, si sa, sono specializzati in domande.
A quel punto che cosa ha fatto?
Ho cominciato a studiare come si insegna la matematica, mi sono dedicata a un’approfondita ricerca pedagogica e didattica, discutendo con i colleghi, ragionando sulla cura e la preparazione del materiale. Non potendo fare ricerca a scuola, per mancanza di tempo e di spazio, insieme a Francesca Traverso, che mi ha fatto conoscere il metodo maieutico di Danilo Dolci, ho creato un’associazione: Il Limone lunare. Insieme, abbiamo iniziato a fare seriamente ricerca-azione sociale attraverso canali nazionali e internazionali e così ho ampliato i miei orizzonti.
Come ha influito sulla sua didattica?
Il metodo maieutico è un atteggiamento mentale che lavora essenzialmente sulle domande e i bambini, si sa, sono specializzati in domande. Bisogna trovare quelle giuste, ascoltare quelle che ti pongono e poi riproporgliele. Li incoraggio a fare ricerca, e stimolo la loro capacità di ascolto. La scuola italiana in molti casi è ferma all’Ottocento: l’insegnante spiega l’argomento e poi fa fare gli esercizi. Sembra che tutto il filone della pedagogia attiva, da Dewey alla Montessori a don Milani (tanto per citarne alcuni) fino ai giorni nostri, nella pratica non sia stato considerato in modo serio.
Che libri di testo usa per questo metodo?
Compro libri scritti da matematici e fisici, poi li leggo cercando le pagine più adatte da proporre in classe. Adesso gli scienziati sono bravissimi a scrivere opere di divulgazione. In classe usiamo fogli, come fanno i veri scienziati, e alla fine dell’anno li assembliamo per comporre il nostro libro. Tutto questo non vuol dire che non assegno compiti, anzi. I miei bambini di seconda elementare sanno già lavorare su relazioni numeriche equivalenti a semplici equazioni, perché la matematica, se insegnata in un certo modo, è uno stimolo incredibile. Negli anni successivi i bambini acquisiscono sempre maggiore autonomia nell’organizzazione del lavoro. Alcuni colleghi vengono a chiedermi i materiali, per usarli a loro volta nelle loro classi.
Può farci qualche esempio pratico?
A partire dalle domande, facciamo una ricerca interculturale e storica. Per esempio, nel Settecento non c’era la calcolatrice, ma tutti facevano i conti: esistevano strumenti particolari? Andiamo a cercarli. Lavoriamo individualmente o in piccoli gruppi, che poi faccio ruotare. L’importante è chiedersi sempre: perché? Non è che non studino quello che è previsto. Le tabelline, per esempio. Ma prima di tutto ci domandiamo perché le studiamo. Chi le ha inventate e quando? E allora scopriamo che sono nate per il commercio, per vendere e comprare velocemente. Di ogni contenuto didattico cerchiamo l’origine: da dove proviene? Chi ha pensato l’idea su cui si basa? Anche le vite dei matematici sono uno stimolo per i bambini: per esempio, molti scienziati andavano male a scuola e saperlo favorisce l’inclusione. Il bambino pensa di “non avere memoria” e poi scopre che nemmeno quel tal matematico l’aveva. E allora che ha fatto? Si è costruito uno strumento che lo aiutasse e ha creato un metodo rivoluzionario che tutti poi hanno usato. Questo è bellissimo per il bambino, che così non considera più la matematica come qualcosa di impossibile.
Quali risultati vede in classe con il metodo maieutico?
Questa didattica dà risultati esplosivi in termini di apprendimento. Questo non vuol dire che il metodo maieutico renda ogni bambino un genio della matematica, perché il talento gioca un ruolo importante. Ma consente a tutti i bambini di capirla: come tutti i bambini respirano, così hanno dentro la matematica. A riprova di questo, con la nostra associazione, utilizzo la maieutica anche in strada. Con un laboratorio mobile-carretto vado in giro per i carrugi accompagnata dai miei ex alunni, che a scuola hanno imparato che con la matematica ci si può perfino divertire.
Utilizzo questo metodo anche con un gruppo di adulti con disabilità di tipo psichico. È un’esperienza molto interessante, perché permette di capire che cosa funziona davvero, al di là dell’età o del percorso scolastico. Mettere a confronto contesti così diversi aiuta a riflettere su quali siano, in fondo, le condizioni che rendono possibile l’apprendimento.
Pensa che un insegnante possa fare la differenza per i suoi alunni?
Ahimè ancora sì, e questo è grave. Intendo dire che se c’è un buon progetto di scuola, condiviso dagli insegnanti, il singolo non dovrebbe fare la differenza. Poi è ovvio, come in tutte le cose, la credibilità di una persona è fondamentale, e per un formatore o un insegnante questo è ancora più importante. La mia grande soddisfazione è che non tutti i bambini sono bravi in matematica, ma tutti hanno un atteggiamento positivo nei suoi confronti. Alcune insegnanti delle medie mi dicono che riconoscono quando un bambino è un mio ex alunno: magari non è più bravo degli altri, però non si scoraggia, è curioso e fa sempre domande. Nelle mie classi nessuno dice di odiare la matematica. Io mi diverto a insegnarla, e i bambini avvertono la mia passione. E quindi, siccome apprendono per affettività, per far felice la maestra o la mamma, ci entrano come “siluri”.





