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Parola agli insegnanti

Elisabetta Romoli: l’insegnamento è ascolto

Tempo di lettura stimato: 5 minuti
30 Gennaio 2026

30 Gennaio 2026

In quale scuola lavora? E in che contesto?
Insegno in una scuola statale dell’infanzia a Treia, un paesino in provincia di Macerata. Fa parte di un istituto che comprende altre due scuole dell’infanzia. La mia ha tre classi, al momento omogenee: una di tre, una di quattro e una di cinque anni. Stiamo però lavorando a un progetto da attivare il prossimo anno, ossia la formazione di classi miste. Io sono la referente per il sistema integrato 0-6 da circa quattro anni. Stiamo lavorando con il Comune di Treia per favorire la massima integrazione.
Com’è nata quest’esigenza?
Abbiamo notato che la relazione tra bambini di età differente, soprattutto dopo le chiusure dovute al Covid, è funzionale alla loro crescita. È divenuta un bisogno. Per questo abbiamo deciso di attivare il progetto di classi miste. Inoltre, c’è un problema di numeri: ci sono sempre meno nascite e quindi si vanno riducendo le prime classi. Con quelle miste saremo in grado di garantire classi numericamente omogenee.
Da quanto tempo insegna?
Appena laureata, ho iniziato in una scuola dell’infanzia gestita da una fondazione di Pollenza. Mi sono buttata subito nella parte operativa e concreta, è stata un’esperienza molto formativa. Prima di vincere il concorso ed entrare di ruolo nella scuola pubblica, sono stata precaria e mi è piaciuto moltissimo cambiare numerose scuole, perché ha arricchito la mia professionalità. Da un paio di anni è nata in me la curiosità per l’insegnamento nella scuola secondaria di primo grado, forse perché sono dirigente in una società sportiva e, frequentando anche i ragazzi più grandi, ho scoperto un nuovo mondo!
Lei insegna da vent’anni: a quali cambiamenti ha assistito nella scuola?
L’insegnamento scolastico non ha fatto molti passi avanti. Nella scuola dell’infanzia parliamo ancora di schede e si applicano regole di vecchio stampo per la didattica. Non si offre così al bambino la libertà di esprimersi, impedita dalla rigidità di attività molto strutturate. Inoltre, c’è poco spazio per attività didattiche da svolgere all’esterno della scuola, anche per difficoltà oggettive. Attualmente ho classi molto numerose: 25, 26 e 28 bambini, compresi quelli con disabilità gravi.
Solo chi realmente ha una vocazione, cioè chi crede nella cura, nell’amore, nella relazione, dovrebbe insegnare. L’insegnamento non è una professione paragonabile alle altre.
Com’è diventata insegnante?
Ho conseguito il diploma magistrale nel 2001, poi mi sono laureata in Scienze della comunicazione. Attualmente sto prendendo la laurea magistrale in Scienze pedagogiche. Per me la pedagogia è una vera e propria necessità, dato che per un insegnante è la base teorica fondamentale.
Allo studio universitario accompagna anche la formazione?
Io ho sempre creduto fortemente in una formazione che mi permettesse di camminare insieme ai bambini, ai genitori e ai colleghi. Quindi ho sfruttato tutti i corsi disponibili nell’ambito del mio comune, della regione, ma soprattutto fuori regione. Penso che la formazione permetta a noi insegnanti di allargare lo sguardo, di avere una mente aperta. Il confronto con colleghi di altre realtà è una vera ricchezza. Non tutti gli insegnanti sono però ugualmente motivati: alcuni fanno formazione solo perché i dirigenti insistono, mentre altri ne sentono l’esigenza. Per far sì che tutti i docenti seguano i corsi a disposizione, dirigenti, enti scolastici e governo dovrebbero incentivare la formazione in modo concreto.
Come insegnante qual è il suo rapporto con gli alunni?
Il mio insegnamento è fondato sull’empatia nei confronti dei bambini, sulla relazione, sul confronto. Noto che i bambini molto spesso soffrono perché non vengono ascoltati, non solo a scuola ma anche al di fuori, dai genitori, che hanno poco tempo da dedicare loro. Prima di programmare la didattica per la mia classe, ho bisogno di conoscere i bambini, devo capire il loro orizzonte, soltanto dopo posso strutturare le attività. Per esempio, ho avuto una classe con femmine che parlavano moltissimo e maschi molto silenziosi: li ho suddivisi in gruppi misti, sempre più piccoli, in modo che bambine e bambini imparassero a relazionarsi e per far nascere un dialogo tra loro. Questo vuol dire lavorare sulla relazione.
Ha parlato di genitori che non hanno tempo da dedicare ai figli.
I genitori sono molto cambiati. Rispetto a venti ma anche dieci anni fa, sempre più spesso oggi entrambi i genitori lavorano e tornano a casa soltanto la sera. E quindi ci chiedono aiuto per la gestione dei figli a casa. Io credo moltissimo in questa alleanza, che a volte permette anche di correggere atteggiamenti o comportamenti sbagliati. Durante i colloqui anche noi possiamo domandare come si comportano i bambini a casa, cosa dicono della scuola e di noi insegnanti, così da verificare se c’è una corrispondenza con il loro atteggiamento a scuola. Come referente del Progetto Lettura ho promosso la realizzazione di una biblioteca dedicata ai genitori, composta non solo da libri di esperti di psicologia o pedagogia, ma anche da libri per bambini, per aiutare i genitori a costruire una relazione nuova con i propri figli.
Quale reputa l’aspetto più interessante del suo lavoro?
Sicuramente stare a contatto con i bambini: la relazione che instauro con loro è la cosa più bella. Quella dell’infanzia, poi, secondo me è la scuola più difficile, perché è la prima occasione in cui i bambini entrano a far parte della comunità, e rappresenta il momento in cui nascono le prime relazioni. Qui si gettano le radici.
Quali sono secondo lei gli ostacoli per un buon insegnamento?
La burocrazia, innanzitutto. Spesso allunga i tempi di progetti e collaborazioni tra scuole, rischiando di spegnere gli entusiasmi. Questo avviene non solo nello stesso istituto, ma anche tra diversi istituti, e impedisce la nascita di reti di collaborazione, che rappresenterebbero invece una vera risorsa. E così finisce che ciascuno si concentra sul proprio orticello e nessuno si vuole assumere responsabilità. Per fare progetti bisogna mettersi in gioco e investire molto tempo: non tutti sono disposti a farlo.
Ha mai vissuto situazioni difficili in classe?
Nella scuola privata molte volte, perché non avevo a disposizione insegnanti di sostegno, mancando le agevolazioni della scuola pubblica. Per questo per me quei dieci anni sono stati così formativi. Ho avuto, per esempio, un bambino con difficoltà comportamentali e ho dovuto mettere in campo tutte le mie conoscenze e frequentare corsi specialistici per andare incontro a lui e alla sua famiglia. La scuola pubblica è gravata invece da diagnosi e certificazioni che a mio avviso in questi ultimi anni stanno diventando eccessive. Credo che per alcuni bambini basterebbe una strategia individuale e mirata. In generale, i bambini di oggi richiedono più attenzioni e affetto rispetto a quelli di vent’anni fa. Per questo sarebbe veramente utile che chi prende decisioni sul funzionamento della scuola ascoltasse noi insegnanti, per evitare di redigere indicazioni nazionali senza aver verificato prima il lavoro sul campo.
Secondo lei un’insegnante può fare la differenza?
Solo chi realmente ha una vocazione, cioè chi crede nella cura, nell’amore, nella relazione, dovrebbe insegnare. L’insegnamento non è una professione paragonabile alle altre, di questo sono convinta: non tutti possono fare gli insegnanti. E solo un insegnante che ama il proprio lavoro può fare la differenza nella vita di un bambino o di un ragazzo.
di Emilia Bandel

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