Dove insegna e com’è iniziato il suo percorso da docente?
Attualmente insegno arte in una scuola secondaria di primo grado a Corigliano-Rossano, in provincia di Cosenza. Ho iniziato a insegnare nel 2011, dopo aver condotto per diversi anni un laboratorio di ceramica. Avevo superato il concorso per diventare docente nel 2000, dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti e una specializzazione in studi anatomici presso La Sapienza di Roma, ma poi, assorbita dall’impegno di avviare un mio laboratorio e di far quadrare i conti, avevo lasciato questa possibilità nel cassetto.
La mia passione è sempre stata il lavoro manuale, “mettere le mani in pasta”, e rispetto all’insegnamento temevo di avere difficoltà, soprattutto da un punto di vista relazionale. I primi due anni di docenza sono invece stati meravigliosi: ho avuto la sensazione che la vita mi stesse offrendo una nuova opportunità.
In particolare, mi sono da subito trovata molto bene con la fascia d’età dei ragazzi cui insegno: alle medie gli studenti conservano ancora la capacità di fantasticare, di lasciarsi trasportare. La mia disciplina, l’arte, diventa così uno spazio privilegiato in cui far emergere questa naturale propensione alla meraviglia.
La mia passione è sempre stata il lavoro manuale, “mettere le mani in pasta”, e rispetto all’insegnamento temevo di avere difficoltà, soprattutto da un punto di vista relazionale. I primi due anni di docenza sono invece stati meravigliosi: ho avuto la sensazione che la vita mi stesse offrendo una nuova opportunità.
In particolare, mi sono da subito trovata molto bene con la fascia d’età dei ragazzi cui insegno: alle medie gli studenti conservano ancora la capacità di fantasticare, di lasciarsi trasportare. La mia disciplina, l’arte, diventa così uno spazio privilegiato in cui far emergere questa naturale propensione alla meraviglia.
Quali sono gli aspetti cui accorda maggiore importanza nella sua didattica?
Negli anni mi sono accorta che è fondamentale stare bene, essere presenti a se stessi, per poter entrare in classe e ascoltare davvero i ragazzi, guardarli con attenzione. La relazione tra insegnante e studenti è centrale in qualsiasi processo di apprendimento.
Per questo, prima della lezione, mi prendo sempre un momento , anche solo il tempo di un caffè, per allontanare il vortice dei pensieri e delle incombenze, e rimettermi in contatto con me stessa. In questo modo posso essere consapevole delle mie reazioni. Perché il rischio, per un insegnante, è quello di essere reattivo, di innervosirsi e dare risposte immediate che “tirano dritto”, senza considerare davvero i ragazzi.
A volte siamo talmente presi dalle mille cose da fare che ci dimentichiamo di guardarli. Nel mio insegnamento, per esempio, quando i ragazzi realizzano un disegno o un lavoro, c’è sempre un aspetto, un dettaglio che rivela qualcosa di loro e che, se osservato con attenzione, può portare a una restituzione di merito, a una riflessione. Un ragazzo che si sente visto e valorizzato vive la lezione in modo completamente diverso, diventa ricettivo. Se invece si è concentrati solo sulla tabella di marcia o sui propri pensieri negativi, questo aspetto sfugge e si perde un’occasione.
Un altro elemento per me fondamentale è la dimensione pratica: forse anche grazie agli anni di scoutismo, attribuisco grande importanza alla concretezza, alla “messa a terra”. Quando, per esempio, si studia una corrente artistica o letteraria, o qualsiasi altro argomento “astratto”, è essenziale legarlo a qualcosa di tangibile: un oggetto, un modellino da realizzare, qualcosa di materiale da tenere in mano. Spesso si rimane sulla teoria ma, senza un’applicazione pratica, il rischio è che i concetti non si fissino e scivolino via.
Tengo molto, infine, alla collaborazione con gli altri docenti, che arricchisce continuamente la mia esperienza didattica: in particolare con il collega che come me insegna arte sperimentiamo costantemente nuovi metodi, in un reciproco scambio.
Per questo, prima della lezione, mi prendo sempre un momento , anche solo il tempo di un caffè, per allontanare il vortice dei pensieri e delle incombenze, e rimettermi in contatto con me stessa. In questo modo posso essere consapevole delle mie reazioni. Perché il rischio, per un insegnante, è quello di essere reattivo, di innervosirsi e dare risposte immediate che “tirano dritto”, senza considerare davvero i ragazzi.
A volte siamo talmente presi dalle mille cose da fare che ci dimentichiamo di guardarli. Nel mio insegnamento, per esempio, quando i ragazzi realizzano un disegno o un lavoro, c’è sempre un aspetto, un dettaglio che rivela qualcosa di loro e che, se osservato con attenzione, può portare a una restituzione di merito, a una riflessione. Un ragazzo che si sente visto e valorizzato vive la lezione in modo completamente diverso, diventa ricettivo. Se invece si è concentrati solo sulla tabella di marcia o sui propri pensieri negativi, questo aspetto sfugge e si perde un’occasione.
Un altro elemento per me fondamentale è la dimensione pratica: forse anche grazie agli anni di scoutismo, attribuisco grande importanza alla concretezza, alla “messa a terra”. Quando, per esempio, si studia una corrente artistica o letteraria, o qualsiasi altro argomento “astratto”, è essenziale legarlo a qualcosa di tangibile: un oggetto, un modellino da realizzare, qualcosa di materiale da tenere in mano. Spesso si rimane sulla teoria ma, senza un’applicazione pratica, il rischio è che i concetti non si fissino e scivolino via.
Tengo molto, infine, alla collaborazione con gli altri docenti, che arricchisce continuamente la mia esperienza didattica: in particolare con il collega che come me insegna arte sperimentiamo costantemente nuovi metodi, in un reciproco scambio.
Qual è il suo rapporto con la sperimentazione e l’uso delle nuove tecnologie nell’insegnamento?
Credo che le nuove tecnologie offrano moltissimi spunti per la sperimentazione didattica. Anche l’AI può essere utilizzata in modo creativo, favorendo l’apprendimento. L’anno scorso, per esempio, abbiamo organizzato un Open Day in cui i ragazzi sfidavano l’AI nella creazione di installazioni artistiche. Noi docenti di arte fornivamo loro una serie di oggetti, un tema e delle istruzioni identiche a quelle inserite nell’intelligenza artificiale; la giuria di genitori e studenti presenti all’evento esprimeva poi un giudizio sulle opere realizzate. Ovviamente vincevano sempre i ragazzi, ma il procedimento li aiutava a riflettere sui differenti approcci, umano e tecnologico, alla produzione artistica.
Un altro esercizio che abbiamo sperimentato in classe consisteva nel chiedere ai ragazzi di descrivere all’AI alcuni quadri celebri nel modo più accurato possibile, senza rivelarne titolo e autore: spesso l’intelligenza artificiale generava immagini molto simili alle opere originali. Sono tutti stimoli che permettono non solo di apprendere in modo coinvolgente aspetti legati alla disciplina, ma anche di educare gli studenti a un uso consapevole di strumenti con cui certamente dovranno confrontarsi in futuro.
Un altro esercizio che abbiamo sperimentato in classe consisteva nel chiedere ai ragazzi di descrivere all’AI alcuni quadri celebri nel modo più accurato possibile, senza rivelarne titolo e autore: spesso l’intelligenza artificiale generava immagini molto simili alle opere originali. Sono tutti stimoli che permettono non solo di apprendere in modo coinvolgente aspetti legati alla disciplina, ma anche di educare gli studenti a un uso consapevole di strumenti con cui certamente dovranno confrontarsi in futuro.
E a livello più generale, nella sua scuola, si fanno sperimentazioni relative alla didattica?
Il mio istituto aderisce al metodo “Senza Zaino”, che promuove la responsabilizzazione degli studenti a vari livelli. Nella scuola primaria, questo approccio prevede l’eliminazione dello zaino tradizionale a favore di materiali didattici condivisi in classe. Nella scuola media, il metodo si concentra sull’organizzazione delle attività quotidiane attraverso procedure discusse e decise insieme agli studenti, incentivando la cooperazione e il senso di responsabilità collettiva.
Per esempio, si stabilisce una precisa modalità per andare in bagno e se ne parla insieme, docenti e ragazzi: in questo modo gli studenti comprendono perché talvolta possa esserci una ragione per cui non viene concesso loro di uscire, e i docenti, d’altro canto, si calano nel punto di vista dei ragazzi.
È un metodo molto responsabilizzante, pensato soprattutto per le scuole primarie. Nella scuola secondaria occorre ripensarlo e rimodularlo, altrimenti il rischio è che le attività risultino troppo rigidamente incasellate, lasciando poco spazio alle risorse individuali degli studenti di fronte all’imprevisto. Resta comunque una sperimentazione interessante, che invita a riflettere su molti aspetti della vita scolastica che spesso si danno per scontati.
Per esempio, si stabilisce una precisa modalità per andare in bagno e se ne parla insieme, docenti e ragazzi: in questo modo gli studenti comprendono perché talvolta possa esserci una ragione per cui non viene concesso loro di uscire, e i docenti, d’altro canto, si calano nel punto di vista dei ragazzi.
È un metodo molto responsabilizzante, pensato soprattutto per le scuole primarie. Nella scuola secondaria occorre ripensarlo e rimodularlo, altrimenti il rischio è che le attività risultino troppo rigidamente incasellate, lasciando poco spazio alle risorse individuali degli studenti di fronte all’imprevisto. Resta comunque una sperimentazione interessante, che invita a riflettere su molti aspetti della vita scolastica che spesso si danno per scontati.
Cerco di coinvolgere i ragazzi sperimentando metodi innovativi, perché questa generazione è figlia della cultura audiovisiva improntata alla fruizione di formati brevi, un’abitudine che rende difficile mantenere l’attenzione a lungo.
La lezione frontale, in certi casi, è necessaria e non va demonizzata, ma cerco di alternarla con altre attività.
La lezione frontale, in certi casi, è necessaria e non va demonizzata, ma cerco di alternarla con altre attività.
Quali sono invece le criticità che incontra nel suo essere insegnante oggi?
Una difficoltà riguarda certamente l’eccesso di adempimenti burocratici a carico dei docenti, che le nuove tecnologie (il registro elettronico e gli altri strumenti) spesso appesantiscono invece di semplificare. Questa enorme sequenza di moduli e procedure ci sottrae moltissimo tempo. Attraverso gli strumenti digitali alcune attività, come le comunicazioni tra colleghi, sono diventate più immediate, ma questo, anziché far recuperare tempo prezioso, ha portato a un proliferare di messaggi, spesso a discapito della qualità: è chiaro che scrivere un messaggio è più veloce che incontrarsi e parlarsi, ma ha davvero lo stesso valore e la stessa efficacia?
Secondo lei un’insegnante può fare la differenza nella vita di uno studente?
Credo proprio di sì, soprattutto quando si instaura una relazione profonda. Insegnando arte, ho solo due ore settimanali nelle mie nove classi, e quindi è più difficile conoscere gli studenti in modo approfondito. Ma se si cura la relazione, i ragazzi si aprono; mi è successo più volte, e quando accade l’impatto può essere significativo.
L’insegnante è la figura adulta più accessibile e quotidiana dopo i genitori e, in quanto adulto, può offrire altri punti di vista, aiutare a guardare una difficoltà con occhi diversi. Anche quando ci sono problemi in famiglia, senza voler assumere ruoli psicologici, può comunque rappresentare una figura di triangolazione, un adulto terzo che comprende le ragioni di ambo le parti e può fare da ponte.
Certo, perché si crei un legame di fiducia e una relazione autentica sono necessarie la presenza a se stessi e l’attenzione ai ragazzi di cui parlavo prima: è un lavoro che richiede impegno quotidiano.
L’insegnante è la figura adulta più accessibile e quotidiana dopo i genitori e, in quanto adulto, può offrire altri punti di vista, aiutare a guardare una difficoltà con occhi diversi. Anche quando ci sono problemi in famiglia, senza voler assumere ruoli psicologici, può comunque rappresentare una figura di triangolazione, un adulto terzo che comprende le ragioni di ambo le parti e può fare da ponte.
Certo, perché si crei un legame di fiducia e una relazione autentica sono necessarie la presenza a se stessi e l’attenzione ai ragazzi di cui parlavo prima: è un lavoro che richiede impegno quotidiano.






