Quali materie insegna? E in quale scuola?
Perché ha deciso d’insegnare?
Come si diventa vicepreside?
Ho sempre pensato che l’importante sia “imparare a imparare”, soprattutto oggi, in una società dove le competenze invecchiano in fretta: sia nel lavoro sia nella vita quotidiana dovremo continuamente imparare cose nuove. Non si tratta di riempire i ragazzi di nozioni, ma di dare loro un metodo.
Come vive l’insegnamento?
Per me è stata una grande scoperta: mi dà moltissimo dal punto di vista umano ed è una sfida continua, quotidiana. Amo insegnare nel mio istituto e non ho mai chiesto il trasferimento, perché in questo contesto la scuola può davvero rappresentare una leva sociale, con effetti concreti. Qui il valore dell’inclusione è reale: ci lavoriamo molto e i ragazzi lo percepiscono. Non si formano gruppi chiusi, non si isola chi ha difficoltà, non ho mai osservato razzismo o esclusione verso studenti con disabilità; tra loro c’è un forte senso di solidarietà, pur con i normali contrasti dell’età. Proprio perché crediamo fortemente nel ruolo sociale della scuola, una delle priorità per noi docenti è la riduzione della dispersione scolastica, sia esplicita (abbandono precoce degli studi), sia implicita (completamento del percorso scolastico senza aver raggiunto i livelli di apprendimento attesi).
Si tratta di due fenomeni che, nonostante il nostro impegno, continuano a rappresentare una sfida e sui quali lavoriamo costantemente.
Cosa si insegna oggi nelle ore di tecnologia?
Che tipo di formazione è prevista per voi insegnanti?
L’intelligenza artificiale è una sfida anche per la scuola.
L’IA è stata resa trasversale perché cambia in modo quasi “copernicano” la modalità di apprendimento: la scuola tradizionale si basava su domande a cui lo studente doveva saper dare risposte corrette; oggi con l’IA le risposte sono quasi tutte automaticamente disponibili, quindi la competenza chiave diventa saper formulare le domande e sviluppare lo spirito critico. Si tratta di uno strumento didattico potentissimo. Non possiamo escluderlo dalle aule, perché non possiamo escluderlo dalla nostra vita, ma non si può improvvisare: serve una formazione solida per i docenti e, di conseguenza, per gli studenti.
Quali sono i problemi che affronta nel suo lavoro?
Che metodologie didattiche utilizza?
Come funziona la valutazione?
Crede che un insegnante possa fare la differenza?
Ho sempre pensato che l’importante sia “imparare a imparare”, soprattutto oggi, in una società dove le competenze invecchiano in fretta: sia nel lavoro sia nella vita quotidiana dovremo continuamente imparare cose nuove. Non si tratta di riempire i ragazzi di nozioni, ma di dare loro un metodo. Nella mia esperienza scolastica ho avuto professori che hanno fatto la differenza, al di là dei contenuti, per la loro coerenza, solidità, impegno e soprattutto per la capacità di accendere in noi nuove curiosità. Penso alla mia severa docente di francese alle medie o al professore di storia e filosofia al liceo, sempre capaci di stimolarci. Oggi mi capita di rivedere ex studenti: tornano a trovarci, affezionati alla scuola, ci raccontano cosa sta andando bene o meno bene, gli studi o il lavoro. Vengono per condividere il loro percorso, ed è bellissimo sapere di averli aiutati a intraprenderlo.






