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2 Dicembre 2025

La lezione di Gianni Rodari secondo Pino Boero

Come la letteratura per l'infanzia può ancora educare alla fantasia

Intervista a Pino Boero,
docente e studioso dell’opera di Gianni Rodari
Tempo di lettura: 10 minuti
La letteratura per l’infanzia non sempre riceve lo spazio e l'attenzione che merita, pur avendo un ruolo decisivo nell'educazione di bambini e ragazzi. Con Pino Boero ne esploriamo significato, funzioni e prospettive, soffermandoci sul rapporto tra qualità dei testi, pratiche di lettura e uso didattico.
Che cosa si intende per “letteratura per l’infanzia”? E come è nata la sua passione?
La definizione è ampia: c’è chi parla di “letteratura giovanile”, chi di “letteratura per l’infanzia e l’adolescenza”. Più della formula conta l’attenzione a testi e immagini rivolti a un pubblico che va dalla primissima età ai giovani adulti, includendo una fascia adolescenziale dai confini oggi sfumati. Non è cruciale stabilire dove finiscano le età, bensì riconoscere che questa produzione è pensata per destinatari diversi e in evoluzione.
È un settore importante non solo per colmare lacune di educatori e famiglie, ma perché impone di considerare contenuti e stili: non conta solo che cosa si dice, ma come lo si dice. La cura della forma è parte dell’educazione alla lettura. Chi se ne occupa porta argomenti e modalità di approccio diversificati. Il mio interesse nasce da una prospettiva letteraria, non pedagogica: per formazione sono un italianista, non un pedagogista, sebbene questa distinzione abbia soprattutto valore accademico e non cambi la sostanza del lavoro sui testi.
Perché quella per l’infanzia è stata considerata a lungo “di serie B”?
Il pregiudizio nasce dal destinatario — il bambino — e dall’idea che per i piccoli basti “qualcosa di semplice”. Prodotti scadenti lo alimentano ancora. Tuttavia, negli ultimi cinquant’anni i passi avanti sono stati notevoli: oggi esiste una produzione di alto livello, sostenuta anche dalle librerie indipendenti che selezionano titoli, organizzano incontri con gli autori e costruiscono comunità di lettori.
Spesso il problema non è il libro in sé, ma l’uso che se ne fa. Rodari rabbrividiva all’idea che i bambini a scuola dovessero fare la versione in prosa delle sue filastrocche, o l’analisi grammaticale delle sue favole. Perché anche il miglior testo, se viene distorto da un uso pesantemente didattico o se viene letto distrattamente dall’insegnante o dal genitore, perde quell’effetto di magia che invece andrebbe preservato.
Perché Rodari è così importante?
Rodari ha incrinato l’idea che quella per l’infanzia sia letteratura minore, lavorando sul linguaggio, sulla fantasia come metodo e su una costante attenzione al lettore. In fondo, è morto nel 1980, quando il lavoro di cambiamento, di modifica della letteratura per l’infanzia era appena iniziato. Del resto, quando gli chiesi come intitolare il mio primo volume di saggi, rispose scherzosamente: “La serie B”. Gli autori più lucidi sapevano del pregiudizio intorno alla letteratura per l’infanzia e lavoravano per superarlo, offrendo ai ragazzi testi di qualità senza rinunciare alla complessità.
Dagli anni Sessanta Rodari ha conosciuto una grande notorietà internazionale: ancora oggi è tra gli autori italiani per ragazzi più tradotti nel mondo, dopo Collodi.
Quando il piccolo, vicino alla mamma che gli racconta una storia, le chiede di raccontargliela “ancora”, lo fa non perché non capisca, ma perché riconosce nell’adulto una presenza d’amore.

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Dall’Unità d’Italia a oggi che cosa è cambiato?
La letteratura per l’infanzia di fine Ottocento, pur segnata da toni pietistici, ebbe un ruolo importante nell’alfabetizzazione del Paese. Lo ebbe anche nella creazione di idee, anche se tendevano a rispecchiare quelle di conservazione di un certo potere. Però era una letteratura tesa ad acculturare la popolazione attraverso la pagina scritta. E anche a dare un linguaggio comune, di fronte alla grande varietà dei dialetti, proseguendo nella difesa della lingua italiana portata avanti da Manzoni. De Amicis, che tra tanti difetti aveva anche il pregio di vedere lontano, dedicò il suo primo testo alla vita militare, perché l’esercito, nell’Italia da poco unita, rappresentava un fattore di condivisione della lingua: si era costretti a una comunanza di linguaggio, e quindi a una lingua condivisa, nonostante la forte base dialettale. Al giorno d’oggi, possiamo dire che l’analfabetismo non esiste più, anche se sicuramente c’è quello di ritorno, o quantomeno esiste una certa noncuranza per i fatti culturali. Oggi uno dei temi di riflessione è la facilità con cui le famiglie scaricano sulla scuola tutte le responsabilità educative. Dicono che i figli non leggono o lo fanno poco. A ben guardare, però, scopriamo che spesso, per quanto alfabetizzate, non hanno un libro in casa. Quindi non abbiamo un analfabetismo in senso stretto, ma possiamo parlare sicuramente di disattenzione, che poi si riverbera sul bambino lettore o, peggio, sul bambino lettore mancato.
Lei ha insegnato Pedagogia della lettura. Come può la scuola stimolare nei bambini e nei ragazzi il desiderio della lettura di libri? E come può farlo la famiglia?
Io comincerei dalla famiglia. Deve essere chiaro che ai bambini bisogna raccontare. Non dimentichiamo che tutto nasce dalla fiaba, che è oralità prima di diventare scrittura. È la costruzione di un immaginario, costituito dalle parole che si dicono. Un bambino piccolo ascolta dalla voce della mamma, del papà, dei nonni, degli amici e poi della scuola. E apprende, in questo modo, il piacere del raccontare.
Rodari diceva che quando il piccolo, vicino alla mamma che gli racconta una storia, le chiede di raccontargliela “ancora”, lo fa non perché non capisca, ma perché riconosce nell’adulto una presenza d’amore: è un’esperienza fisica, una vicinanza, l’esserci con la voce calda di chi racconta. Questo compito la famiglia non lo assolve se ognuno è distratto dal telefonino che ha in mano, o si occupa delle proprie cose. A scuola vale lo stesso quando raccontare è ritenuto superfluo. Eppure, la magia della parola funziona ancora: basta mettere i bambini in cerchio davanti a un attore che sappia ben raccontare per vederli attenti, con gli occhi spalancati. Il che significa che la magia della parola raccontata esiste ancora. Siamo noi che forse non la sappiamo far funzionare.
Concretamente, quali strumenti ha un insegnante per invitare alla lettura?
Ogni scuola, classe e aula dovrebbero avere uno spazio dedicato ai libri e agli albi illustrati. Tra le uscite, fin dalla scuola dell’infanzia e primaria, andrebbero previste visite periodiche alle biblioteche civiche di quartiere o di paese, costruendo un filo diretto che le colleghi alla scuola. Conta molto, nella promozione della lettura, la circolazione dei libri, lo scambio di impressioni, il confronto sul gusto personale, su ciò che piace e su ciò che non piace. La scuola può far molto, se sostenuta dalla famiglia, che non deve sentirsi esonerata dalla partecipazione a questi percorsi.
È questo il compito della letteratura, anche per gli adulti: non fermarsi al consumo, ma elaborare, discutere, tornare sui testi.
Un libro per bambini deve essere “edificante”?
Edificante no. Può e deve avere una funzione educativa in senso ampio e non normativo: parole e immagini, come ricordava Montale, portano “più in là”. Con C’era due volte il barone Lamberto di Rodari si impara a non temere la parola “fine”: se il finale non piace, lo si reinventa. È questo il compito della letteratura, anche per gli adulti: non fermarsi al consumo, ma elaborare, discutere, tornare sui testi. Da decenni si annuncia la morte del racconto e della letteratura; per fortuna non è accaduto, perché i lettori cercano sempre nuove forme di senso.
Lei fa parte della giuria di selezione del Premio Campiello Junior. Qual è oggi il panorama italiano della letteratura per l’infanzia?
Guardando al Campiello Junior, al Rodari e al Premio Andersen, il panorama è vivo. La Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna lo conferma: accanto agli editori stranieri, molti stand italiani — non solo grandi gruppi, anche piccole realtà — propongono libri di qualità e sperimentazione grafica. Questo non vuol dire che non ci siano difficoltà economiche, soprattutto per la media-piccola editoria, che fatica nella distribuzione e nella promozione. Ma abbiamo una bella editoria, che si dà da fare, e che spesso favorisce iniziative di promozione alla lettura. I premi servono come vetrina e sono un modo di valorizzare gli sforzi di editori, autori e illustratori.
Come le appare il futuro, tra innovazione e IA?
L’IA non riguarda solo la scrittura dei testi, ma anche le illustrazioni. Difficile prevederne l’impatto complessivo; occorre però non smarrire l’attenzione alla qualità e alla responsabilità autoriale. L’auspicio è che la letteratura per l’infanzia continui nel solco dell’innovazione e della cura grafica senza dipendere dagli automatismi e affidandosi al lavoro propositivo degli editori: le intelligenze decisive restano quelle di autori e illustratori. Malgrado la ciclica “crisi dell’editoria”, il settore dell’infanzia continua a tenere, con alti e bassi: diciamo che una ventata di ottimismo ci vuole. E i fatti continuano a darci ragione.
Lisa Julita

Pino Boero

è stato professore ordinario di Letteratura per l’infanzia e Pedagogia della lettura all’Università di Genova, preside della Facoltà di Scienze della Formazione e prorettore alla formazione dello stesso Ateneo. Fra i volumi pubblicati: Letteratura per l’infanzia in cento film (con D. Boero, Le Mani 2008), La letteratura per l’infanzia (con C. De Luca, Laterza 1995, 2009), A föa du bestentu. Fiabe liguri (con W. Fochesato, Chinaski 2018), Una storia, tante storie. Guida all’opera di Gianni Rodari (Einaudi 1992, 2020); sempre dedicati a Rodari nel triennio 2019-2021 ha curato l’allestimento del Museo di Omegna e nel 2020 con Vanessa Roghi il volume miscellaneo Rodari. A-Z (Electa). Dal 2023 è presidente della Giuria del Premio Campiello Junior.

 

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