1. Home
  2. /
  3. Articolo
  4. /
  5. L’esperienza che insegna
4 Giugno 2026
4 giugno 2026

L’esperienza che insegna

Quando, come e perché utilizzare la didattica immersiva
di Maria Vittoria Alfieri
Tempo di lettura stimato: 10 minuti

«Oh, ma la lezione di stamattina?»
«No vabbè, strepitosa.»
«Ci credi che ho continuato a pensarci anche dopo?»

Quale docente non vorrebbe ottenere questo effetto sui propri studenti?
Un effetto che non nasce necessariamente da una lezione più spettacolare, ma dal fatto che ciò che si studia smetta di essere soltanto spiegato e diventi qualcosa di vissuto. In altre parole: un’esperienza.
È questo il cuore della didattica immersiva: trasformare contenuti e concetti in esperienze di apprendimento concrete e partecipate. Un approccio che, è importante sottolinearlo sin da subito, non riguarda soltanto la tecnologia, ma tutti quei metodi capaci di coinvolgere attivamente gli studenti.
In questo articolo ci concentreremo, tuttavia, soprattutto sulla dimensione tecnologica della didattica immersiva per rispondere a un paradosso che ha di recente riguardato diversi sistemi educativi. Negli ultimi anni molte scuole si sono infatti dotate di strumenti immersivi avanzati, inconsapevoli del fatto che, senza una reale progettazione didattica, anche le tecnologie più innovative rischiano di diventare semplici effetti speciali. O di restare inutilizzate.
Per questo è importante capire che cosa sono davvero questi strumenti, quali possibilità offrono e soprattutto quando ha senso utilizzarli.

La Tomba delle Olimpiadi

Ma in che cosa consiste la didattica immersiva?

Secondo lo European Digital Education Hub, iniziativa promossa dalla Commissione Europea per riflettere sul futuro dell’educazione digitale[1], “l’immersive learning colloca gli studenti all’interno di ambienti di apprendimento coinvolgenti, interattivi ed esperienziali”, nei quali la conoscenza non viene soltanto trasmessa, ma anche vissuta. Gli studenti, in altre parole, smettono di essere semplici spettatori/fruitori e diventano parte attiva del percorso di apprendimento.
Oggi questo approccio comprende strumenti, ambienti e metodi molto diversi tra loro, che negli ultimi anni hanno iniziato a entrare sempre più spesso nella scuola.

Proviamo a mettere un po’ d’ordine.

La realtà virtuale (VR) è probabilmente la tecnologia più conosciuta quando si parla di ambienti immersivi. Attraverso i visori, gli studenti possono entrare dentro spazi completamente virtuali ed esplorarli come se fossero realmente presenti: una ricostruzione dell’antico Egitto, il corpo umano in 3D o un laboratorio scientifico simulato.
Diversa è invece la realtà aumentata (AR), in cui il mondo reale resta visibile, ma viene arricchito da elementi digitali visualizzati attraverso smartphone, tablet o altri dispositivi. Una cellula può comparire in 3D sul banco, una mappa diventare interattiva o un’opera d’arte prendere vita davanti agli studenti.
Esistono poi ambienti virtuali condivisi, talvolta definiti “eduversi” o “metaversi educativi”: spazi digitali tridimensionali nei quali gli studenti si muovono attraverso avatar (alter ego di se stessi nel mondo digitale), esplorano ambienti e interagiscono in tempo reale con altri utenti.
Accanto a queste tecnologie esistono anche strumenti e ambienti interattivi che, pur non essendo immersivi in senso stretto, condividono alcune delle logiche dell’immersive learning. Gli studenti non si limitano più a fruire contenuti in modo lineare, ma possono esplorare spazi, simulazioni e informazioni in maniera dinamica e partecipativa.
Il valore della didattica immersiva riguarda il modo in cui questi ambienti permettono agli studenti di entrare in relazione con i contenuti, attraverso linguaggi e modalità diverse: immagini, suoni, movimento e interazione rendono l’apprendimento più accessibile, offrendo diversi punti di accesso allo stesso contenuto. Ed è anche per questo che esperienze immersive ben progettate possono favorire attenzione, partecipazione e comprensione, soprattutto negli studenti con Bisogni Educativi Speciali (BES).
Grazie a questi ambienti, gli studenti interpretano informazioni, prendono decisioni, risolvono problemi e spesso collaborano, attivando così competenze trasversali fondamentali come il pensiero critico, la creatività, la cittadinanza digitale o la capacità di leggere la complessità.
Cosa serve per mettere in pratica questo tipo di didattica? La buona notizia è che non sempre occorrono tecnologie avanzate o strumenti particolarmente sofisticati.

La sfida, allora, è trovare un equilibrio: alternare strumenti digitali e attività condivise, innovazione tecnologica e relazione umana. Solo così tecnologie anche molto potenti come quelle immersive possono diventare strumenti realmente educativi, senza ostacolare ciò che dovrebbero favorire: attenzione, relazione e apprendimento

Un discorso a parte riguarda invece i visori, probabilmente lo strumento più iconico associato alla didattica immersiva. Sono i device che più di altri riescono ad amplificare la sensazione di immersione e presenza all’interno dell’ambiente digitale e, inutile negarlo, esercitano sugli studenti un forte richiamo: incuriosiscono, coinvolgono e trasformano facilmente l’attività in qualcosa che aspettano con entusiasmo.
In alcuni contesti possono offrire possibilità straordinarie, soprattutto quando permettono di simulare ambienti o attività difficilmente riproducibili nella scuola quotidiana.
Ma se da un lato sono strumenti straordinari, dall’altro richiedono una riflessione attenta sulle possibili criticità legate al loro utilizzo. È impossibile immaginare classi intere con studenti muniti di caschetto: sarebbe poco realistico, poco sostenibile, insensato dal punto di vista didattico e potenzialmente problematico dal punto di vista della salute. La ricerca scientifica, insieme alle linee guida degli stessi produttori, invita infatti a un uso equilibrato e non prolungato dei visori, soprattutto con i più giovani, evidenziando possibili fenomeni di cybersickness, come affaticamento visivo, disorientamento o sovraccarico cognitivo.
Inoltre, non dimentichiamo che la scuola resta prima di tutto uno spazio fisico, relazionale e condiviso. E un utilizzo continuo di esperienze totalmente isolanti rischia di allontanare gli studenti dal confronto, dalla relazione e dalla dimensione collettiva della classe.
La sfida, allora, è trovare un equilibrio: alternare strumenti digitali e attività condivise, innovazione tecnologica e relazione umana. Solo così tecnologie anche molto potenti come quelle immersive possono diventare strumenti realmente educativi, senza ostacolare ciò che dovrebbero favorire: attenzione, relazione e apprendimento.

I metodi immersivi, dunque, non solo non riducono il ruolo del docente, ma lo rendono ancora più centrale

È qui che entra davvero in gioco il ruolo del docente.

Vera differenza la fa la capacità di scegliere gli strumenti più adatti, inserirli nel momento giusto e costruire intorno a essi esperienze didattiche che abbiano senso. Una LIM, un computer o un tablet possono essere più che sufficienti, se inseriti all’interno di una progettazione efficace.
Il valore della didattica immersiva non sta nell’effetto “wow”, ma nella possibilità di trasformare un contenuto in un’esperienza significativa.
Come insegna David Kolb, pedagogista statunitense, l’apprendimento non nasce dalla sola esperienza concreta, ma dal processo che mette insieme esperienza, riflessione, concettualizzazione e sperimentazione. “Entrare” in un ambiente immersivo non è sufficiente affinché si generi automaticamente apprendimento: serve una progettazione didattica capace di guidare gli studenti nell’osservazione, nella ricerca delle connessioni e nella costruzione di significato.
È quanto sottolinea anche lo European Digital Education Hub, che ribadisce come le tecnologie immersive abbiano valore soprattutto quando vengono inserite all’interno di pratiche didattiche intenzionali e orientate da obiettivi pedagogici chiari. Una visione coerente anche con il framework europeo DigCompEdu (Digital Competence Framework for Educators), che evidenzia come in tali pratiche il ruolo del docente non coincida con il semplice utilizzo della tecnologia, ma piuttosto con la capacità di selezionarla, integrarla e trasformarla in esperienza di apprendimento.

I metodi immersivi, dunque, non solo non riducono il ruolo del docente, ma lo rendono ancora più centrale.

In modi e con livelli di complessità diversi, ambienti di questo tipo possono trovare applicazione praticamente in tutte le discipline scolastiche.
Quando si pensa alla didattica immersiva, una delle prime discipline che vengono in mente è la storia. Entrare in una città antica, esplorare un sito archeologico o attraversare ambienti storici aiuta gli studenti a percepire quei contenuti in modo più concreto rispetto alla sola spiegazione teorica.
È il caso, per esempio, di La memoria rende liberi, tour immersivo dedicato alla Shoah, progettato e realizzato dagli studenti stessi[2]. Un’iniziativa interessante non solo per la qualità della realizzazione, ma anche perché apre un altro tema centrale della didattica immersiva: quello in cui gli studenti non sono soltanto fruitori, ma anche autori e costruttori di contenuti.

LA COM3DIA – Dante in realtà virtuale tra presente e passato

Anche nell’arte e nel patrimonio culturale l’offerta di ambienti immersivi e tour virtuali è oggi vastissima. Visitare virtualmente musei, siti archeologici o luoghi difficili da raggiungere permette di osservare opere, dettagli e contesti con un livello di attenzione molto diverso rispetto a una semplice immagine sul libro. Non a caso, sempre più istituzioni culturali stanno investendo in questi strumenti per rendere il patrimonio accessibile a un pubblico più ampio.
È il caso del Cappella Sistina Virtual Tour, che permette di osservare da vicino affreschi e dettagli impossibili da esplorare con gli stessi tempi e punti di vista nella visita reale. Oppure di piattaforme come Google Arts & Culture, che consentono di entrare virtualmente in musei e collezioni di tutto il mondo.
Più recente è La Tomba delle Olimpiadi, esperienza immersiva realizzata per Milano Cortina 2026[3], che permette di esplorare virtualmente una delle più celebri tombe etrusche di Tarquinia sia nel suo stato attuale sia attraverso ricostruzioni supportate dall’intelligenza artificiale.
Gli ambienti immersivi possono diventare anche strumenti per entrare dentro atmosfere e narrazioni letterarie. È il caso di LA COM3DIA – Dante in realtà virtuale tra presente e passato, viaggio interattivo illustrato attraverso nove canti della Divina Commedia, dove ricostruzione visiva e sound design aiutano studenti e studentesse a vivere il testo in modo coinvolgente e contemporaneo[4].
E poi ci sono le scienze, dove la didattica immersiva aiuta a visualizzare fenomeni che, spiegati soltanto in modo teorico, rischiano di restare astratti. Viaggiare nello spazio, entrare nel corpo umano o osservare fenomeni invisibili a occhio nudo rende più concreti concetti complessi.
Ne è un esempio NASA Eyes, la piattaforma della NASA che permette di seguire missioni spaziali ed esplorare ambienti tridimensionali interattivi. Oppure PhET Interactive Simulations, sviluppata dalla University of Colorado Boulder, che consente di sperimentare fenomeni scientifici e matematici attraverso simulazioni dinamiche e interattive.
Anche la geografia può diventare più concreta quando i luoghi smettono di essere soltanto punti su una cartina. Attraverso strumenti come Google Earth o Google Street View è possibile attraversare città, osservare territori ed esplorare paesaggi naturali direttamente dalla classe.
E lo stesso vale per l’attualità che, attraverso ambienti digitali interattivi, può essere letta in modo diverso: osservare i luoghi di cui si parla nei telegiornali, comprendere il contesto geografico di un conflitto o visualizzare territori colpiti da eventi climatici aiuta gli studenti a collegare le notizie a spazi reali, sviluppando una comprensione più concreta di ciò che accade nel mondo.
Questi sono solo alcuni dei tanti ambienti oggi disponibili online.

A chi è interessato a questo tipo di didattica non resta, quindi, che tuffarsi: cercare, curiosare, usare, portare in classe e provare. Perché è solo sperimentando che ogni docente può trovare il proprio modo di utilizzare strumenti immersivi e costruire una didattica davvero efficace, personale e coinvolgente.
E se un giorno, dopo aver sperimentato una lezione immersiva, i vostri studenti usciranno dall’aula dicendo «No vabbè, la lezione di oggi è stata strepitosa», allora sì, avrete fatto centro. Voi, ma soprattutto loro.

 



[1]
European Digital Education Hub, Immersive learning: innovative pedagogies, techniques, best practices and future trends, 2024

[2] La memoria rende liberi è un progetto ideato e realizzato dagli studenti e dalle studentesse dell’ISIS Europa di Pomigliano d’Arco (NA).

[3] Skylab Studios, La Tomba delle Olimpiadi di Tarquinia verso Milano Cortina 2026, progetto immersivo di valorizzazione del patrimonio etrusco realizzato per Milano Cortina 2026

[4] Realizzata da BricksLab in occasione del settecentesimo anniversario della morte di Dante Alighieri, LA COM3DIA nasce con l’obiettivo di creare un nuovo modo di avvicinare studenti e studentesse alla Divina Commedia, un’opera che, a distanza di secoli, continua a parlarci e a interrogare il presente.

Maria Vittoria Alfieri

Esperta di Digital Education, lavora dal 1998 nell’editoria scolastica occupandosi di scuola, innovazione e tecnologia, progettando contenuti, strumenti e piattaforme per una didattica attuale e potenziata dal digitale. Ha contribuito e contribuisce a individuare modelli in grado di traghettare il mondo dell’education verso un modus operandi attuale e integrato in una quotidianità in continuo e veloce cambiamento. È ideatrice e direttrice editoriale della piattaforma didattica Brickslab e docente presso il Master Professione editoria cartacea e digitale dell’Università Cattolica di Milano. Affianca inoltre editori, musei, aziende ed enti che sviluppano progetti educativi e di edutainment, per ideare soluzioni innovative e valorizzare l’esperienza di apprendimento.

Articoli suggeriti