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Parola agli insegnanti

Nicholas Vitaliano: sostenere la fiducia

Tempo di lettura stimato: 5 minuti
20 Febbraio 2026

20 Febbraio 2026

Dove insegna e qual è la sua formazione?

Insegno a Monza in un centro di formazione professionale chiamato Accademia PBS (Professional Beauty School), una scuola fondata negli anni Ottanta per formare i giovani al mondo dell’estetica. Negli anni la scuola si è molto ingrandita, aggiungendo gli indirizzi di Moda e Acconciatura.
Ho iniziato a insegnare otto anni fa. In quel periodo mi ero appena laureato in Lettere Moderne all’Università degli Studi di Milano e lavoravo nella redazione di diversi programmi televisivi. Ho conosciuto l’Accademia PBS perché molte studentesse venivano sul set come stagiste per imparare la professione, assistendo truccatori e acconciatori. La direttrice, la dottoressa Anna Del Prete, dopo aver saputo che mi ero laureato da poco, mi disse che la sua scuola cercava un docente di Italiano. Ho mandato il curriculum e sono stato selezionato. Così ho iniziato a insegnare Italiano, Storia, Geografia, Etica e a fare da tutor (coordinatore di classe) in alcune classi di Estetica e di Acconciatura, poi stabilmente in quelle di Moda.
Il primo impatto è stato impegnativo: ero paralizzato. Ho sempre amato comunicare, parlare in pubblico, ma la gestione delle classi non era semplice. Alcuni dei miei studenti erano a rischio dispersione scolastica e avevano scelto un centro di formazione professionale per imparare un mestiere, spesso dopo esperienze difficili con lo studio. Mantenere l’attenzione, soprattutto all’inizio, è stata una sfida. Ho trovato però presto la mia cifra: sono severo per quanto riguarda il rispetto dovuto ai compagni e all’insegnante, ma allo stesso tempo gli studenti sanno che possono confidarsi e trovare comprensione. Oggi posso dire che, nonostante la stanchezza quotidiana, è una professione che mi garantisce crescita e divertimento continui.

Quali modalità predilige nell’insegnamento delle sue discipline?

Nei centri di formazione professionale molte delle materie principali (per l’indirizzo Moda ad esempio Modellistica, Figurino, Merceologia, Storia del costume) hanno un taglio pratico e orientato al lavoro; può essere quindi più difficile conquistare l’attenzione dei ragazzi per discipline “teoriche” come le mie.
Sin da subito mi sono reso conto che i miei studenti, di fronte ai contenuti, hanno bisogno di concretezza e sono aiutati nell’apprendimento dall’esercizio della memoria grafica. A scuola usiamo molti supporti digitali: gli studenti hanno un iPad in dotazione e i libri sono digitalizzati. Mi sono però accorto che per memorizzare alcuni concetti i ragazzi devono scriverli con carta e penna, fisicamente. Per quanto siano abituati al digitale, noto che sullo schermo le parole rimangono più volatili, intangibili.
Di solito, dopo aver spiegato, condivido con gli studenti una dispensa dei contenuti e chiedo loro di trascriverla. Soprattutto gli studenti con disturbi dell’apprendimento beneficiano molto di questo passaggio. Alcuni chiedono di ascoltare musica mentre scrivono per concentrarsi meglio: nonostante le riserve iniziali, ho capito che in certi casi li aiuta davvero e glielo concedo.
Dopo la trascrizione noto che la padronanza dei contenuti migliora: iniziano a farli propri. A quel punto approfondisco alcuni temi e ne parlo con loro, avviando il dialogo in classe.
Ora stiamo iniziando una sperimentazione con un software di intelligenza artificiale acquistato dalla scuola che permette di creare mappe concettuali dei libri e di adattare i contenuti alle esigenze e agli eventuali disturbi dell’apprendimento di ciascun allievo. Ne capisco il potenziale, ma ammetto di essere un po’ diffidente: credo che l’idea di governare l’intelligenza artificiale possa essere, talvolta, un’illusione, sia per noi adulti, sia per i ragazzi; si finisce facilmente per abusarne e usarla in modo improprio. Pur senza chiudere alle sperimentazioni, rimango fedele al metodo con “carta e penna”.

Qual è la più grande difficoltà che riscontra nella sua quotidianità di insegnante?

Un grosso problema è la grave mancanza di autostima in molti ragazzi e la loro propensione a scoraggiarsi. Nella nostra scuola, come in altri CFP, è possibile conseguire una qualifica al terzo e un’abilitazione al quarto anno, con cui si può intraprendere una professione, oppure proseguire fino al quinto sostenendo la maturità. Alcuni studenti, magari in seguito a una semplice delusione scolastica o a un litigio con i compagni, si scoraggiano subito e vogliono lasciare gli studi dopo l’esame del terzo anno. Tendono a non credere nella possibilità di farcela: sta a noi docenti lavorare sulla costruzione della fiducia in loro stessi, convincerli che invece è possibile.
Non ho fatto esperienza di grandi problemi disciplinari, di aggressività o bullismo, ma ogni giorno mi confronto con la solitudine di ragazzi che si rifugiano appena possono sui social network, nascondendo dietro al filtro del digitale la difficoltà a relazionarsi con i loro pari. C’è persino chi usa l’AI come un amico o uno psicologo per arginare la solitudine. Mi rendo conto della progressiva disgregazione delle famiglie e dei legami in generale: molti di loro non hanno riferimenti e cercano qualcuno che li ascolti. Quando incontrano in un docente l’autorevolezza che cercano (che è ben diversa dall’autorità) tendono ad aprirsi e a chiedere aiuto. Capita allora che noi insegnanti ci troviamo a rispondere, per la gran parte del tempo, a domande che esulano dalla nostra disciplina: non è semplice, ma senza dedicare cura e spazio alla costruzione del legame di fiducia tra docente e studente è impossibile fare questo lavoro. Ai genitori dico spesso che preferisco che i ragazzi studino un paragrafo in meno, ma vengano a scuola sereni e vi trovino un clima di sostegno e fiducia. Senza questa base non si può costruire nulla.

Come tutor segue anche gli studenti nell’alternanza scuola-lavoro: qual è la sua esperienza?

I ragazzi che s’iscrivono alla nostra scuola vogliono imparare un lavoro manuale, pratico, e sono di solito molto motivati durante il percorso di alternanza scuola-lavoro. Ci arrivano progressivamente. Il primo anno frequentano quello che noi chiamiamo “stage protetto”, un percorso di lavoro, ma all’interno delle mura scolastiche; per esempio, gli studenti di Moda confezionano abiti e accessori supervisionati dai docenti di riferimento. Poi, dalla seconda, in alcuni mesi dell’anno, svolgono uno stage di un certo numero di ore presso un’azienda.
Come tutor curo i rapporti con chi ospita i ragazzi e ricevo riscontri positivi: anche gli studenti che a scuola sono più indisciplinati, nel lavoro si responsabilizzano, arrivano puntuali, mostrano attenzione e impegno. Per molti si tratta di ciò che desideravano fare, hanno l’urgenza di mettersi alla prova.
Alcuni studenti, invece, nel corso degli anni, sviluppano il desiderio di continuare a studiare e si iscrivono all’università. È sempre una soddisfazione quando si riesce a ispirare il desiderio di proseguire gli studi, ma è altrettanto bello vedere chi inizia subito a lavorare e si realizza nel proprio campo.

Ai genitori dico spesso che preferisco che i ragazzi studino un paragrafo in meno, ma vengano a scuola sereni e vi trovino un clima di sostegno e fiducia. Senza questa base non si può costruire nulla.

Secondo lei un insegnante può fare la differenza nella vita di uno studente?

Credo e spero di sì. Anche perché, come insegnanti, si entra in contatto con crisi, desideri e vissuti degli studenti molto profondi in un momento di trasformazione come l’adolescenza. Mi è capitato, per esempio, di dover gestire una situazione in cui uno studente voleva cambiare sesso e non sapeva come dirlo ai genitori. Ci sono situazioni delicate, critiche.
Avendo lavorato anche come autore televisivo mi viene da fare il raffronto con questa professione: realizzando programmi ci si può divertire e si possono ricevere soddisfazioni, ma sembra sempre che ciò che si crea sia evanescente, scritto sull’acqua. Nel mestiere di insegnante invece sento il peso della responsabilità e tendo a prenderlo come una missione: si lavora con la vita e il futuro di persone in crescita.
Ma la soddisfazione può essere grande quanto la responsabilità: quando uno studente che era partito scoraggiato arriva sino in fondo e si realizza è davvero un frammento di felicità.

di Emilia Bandel

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