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Tornare in classe

Intervista a Adriano Panatta – tennista, allenatore, opinionista

Tempo di lettura stimato: 5 minuti
14 Luglio 2026
14 Luglio 2026

Considerando che ha iniziato a giocare a tennis a sei anni, com’è stato il suo percorso scolastico?

Nella mia vita, il tennis diventò mestiere molto presto, e gli impegni non mi davano tregua già a partire dalle categorie juniores. Finii la scuola più o meno regolare (che di regolare aveva pochissimo) a sedici anni, appena promosso al penultimo anno delle superiori.
Ma se devo ricordare uno dei momenti chiave della mia partecipazione scolastica, devo allontanarmi dal tempo della scuola. Molto tempo dopo averla lasciata, volli comunque prendere il diploma: studiai per quel che potevo e mi presentai all’esame. Fu un bel ritorno, tra tanti ragazzi che mi guardavano stupiti, ma che alla fine mi dettero tutti il loro apporto. Presi la maturità. Fu una bella vittoria.

Può raccontarci un ricordo, un evento, un insegnante che ha segnato la sua formazione?

A dire la verità, furono più importanti i primi insegnanti di tennis, rispetto ai maestri e ai professori di scuola, ma solo perché li frequentavo di più. E per fortuna ne ho avuti alcuni di gran valore, molto attenti non solo alla crescita dello sportivo, ma anche della persona che sarei dovuto diventare. La signora Sandonnino, per esempio, che, nonostante l’apparenza molto dura, mi insegnò a sentirmi libero con il mio tennis, oltre che ad avere rispetto per ogni cosa e persona, amico o avversario, che avrei incontrato nella vita. Mi chiedeva sempre uno sforzo ulteriore, quello di completarmi, di non lasciare appese le cose senza un perché, di pormi domande e cercare di darmi delle risposte, e magari confrontarle con gli amici, o con lei stessa. Mi capita di ringraziarla ancora, nei miei pensieri, ora che sono passati più di sessant’anni e lei non c’è più. Credo che dai suoi insegnamenti sia sortito un tennista un po’ anomalo. Avevo una passione insolita per la lettura. Leggevo di tutto, buoni libri ma anche giornali. Acquistavo tutti i quotidiani che potevo, e questa voglia mi è rimasta, lo faccio ancora adesso.
Quanto ai compagni, uno dei grandi amici australiani che ho avuto, insieme a John Newcombe, era Lew Hoad, considerato il più forte giocatore del mondo nei giorni in cui aveva voglia di giocare. Si era messo in testa di insegnarmi a giocare bene sull’erba, convinto che potessi vincere Wimbledon benché non fosse la “mia” superficie. Mi invitava sul suo campo da tennis e mi spiegava quale fosse la filosofia di gioco alla quale si rifacevano molti campioni australiani, tratta dagli insegnamenti di un grande maestro, Henry Hopman. Fu come tornare a scuola. Nella mia testa, come su una lavagna, si disegnavano quadrilateri e corsie preferenziali da sfruttare per ottenere il punto in ogni momento del match. Nelle sue spiegazioni, il rettangolo di gioco, visto dalla linea di battuta, si restringeva, assumendo una forma più piramidale, lasciando le possibilità di chiudere con un passante, qualunque fosse la posizione assunta dall’avversario. Erano autentiche lezioni di geometria applicate al tennis…

Un suo consiglio agli studenti di oggi?

 

Il suggerimento che mi sento di dare ai ragazzi è quello di seguire con molta attenzione le lezioni, e di confrontare il mondo che viene loro raccontato con quello di oggi, o di altri momenti paralleli della storia. Li aiuterà a capire meglio la realtà, a dare un senso a quello che fanno, ad affrontare lo studio con più vivacità mentale. E a cogliere tutte le opportunità che si presentano.

Esiste la ricetta per conciliare lo studio e l’attività sportiva a livello agonistico?

Di sicuro esiste. Il sistema americano qualcosa ci insegna da questo punto di vista. Lo sport garantisce borse di studio, la scuola pone obiettivi precisi agli studenti-atleti, e guai a non centrarli.
Nel tennis attuale, qualche buon giocatore che abbia compiuto l’intera trafila degli studi, fino all’università, esiste. Dunque, di ricette ce ne sono, e sono tutte impegnative. Agli studenti che hanno come fine ultimo quello di far parte del grande circuito sportivo occorre non solo la volontà di impegnarsi, e di attribuire la stessa importanza alla crescita scolastica e a quella tennistica, ma tanta, tanta curiosità. Una curiosità così grande che li sollevi da terra e li conduca a desiderare sempre qualcosa in più. Una risposta, un perché, una spiegazione, su sé stessi, su quello che fanno, su una vittoria e una sconfitta, così come sui fatti della vita, del mondo.

Secondo lei, che cosa hanno in comune lo studio e lo sport? E il tennis nello specifico?

La parola “disciplina” unisce studio e sport, dunque anche il tennis. La disciplina, cioè il lavoro su sé stessi, è alla base di tutto. Conoscersi, aiutarsi, non rinunciare. In questi ultimi anni, un ragazzo che in poco tempo è diventato il numero uno del tennis – sapete tutti come si chiama, è Jannik Sinner – ci sta dando prova di come rispondere a questa domanda. Pur essendo ancora molto giovane, la sua filosofia è quella di “studiare, studiare, studiare” – e lo dico con una sua frase, non con una mia… Studiare sé stessi, studiare il gioco, migliorare sempre i colpi, le proprie reazioni. Paradossalmente, ho quasi l’impressione che Jannik si trovi più a suo agio seduto davanti a un computer, a studiare, che non sul campo da tennis.

Quale considera la sfida maggiore della scuola di oggi?

Oggi più che mai, credo che nella scuola vada introdotta la vita. Lo studio, che serve come base alla conoscenza delle varie materie, va rapportato a quello che i ragazzi pensano o vogliono fare, all’inserimento nel mondo del lavoro, o alla coltivazione dei loro aneliti artistici o sportivi, se ne hanno. Chiederei ai professori di pianificare le lezioni in modo che i ragazzi possano rivivere un periodo non solo attraverso le tappe storiche più significative, ma tenendo anche conto dello sviluppo scientifico, artistico e letterario. Perché tutto è collegato, Ed è la vita a collegare sempre le cose.

Federica Fulginiti

Adriano Panatta

Adriano Panatta ha vinto dieci titoli internazionali, tra cui gli Internazionali d’Italia a Roma e il Roland Garros, e la storica Coppa Davis conquistata con la squadra italiana nel 1976.
Dopo la carriera tennistica, si dedica alla motonautica, alla politica (è stato consigliere comunale a Roma e poi assessore provinciale allo Sport), alla televisione, come opinionista e telecronista di tennis, e alla conduzione radiofonica. 
È autore di diversi libri tra cui Più dritti che rovesci (Rizzoli) e, con Daniele Azzolini, Il tennis è musica, Il tennis l’ha inventato il diavolo e Niente è impossibile (Sperling & Kupfer).

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