1. Home
  2. /
  3. Parola agli insegnanti
  4. /
  5. Maria Elisa Marzano: imparare a...

Parola agli insegnanti

Maria Elisa Marzano: imparare a imparare

Tempo di lettura stimato: 5 minuti
31 Agosto 2026

31 Agosto 2026

Quali materie insegna? E in quale scuola?

Insegno tecnologia nella scuola secondaria di I grado dell’Istituto Comprensivo “Aristide Leonori”, che comprende scuola dell’infanzia, primaria e medie a indirizzo musicale, per un totale di circa mille studenti. La scuola si trova nella periferia sud di Roma, in un quartiere con diverse fragilità sociali. Circa un terzo degli alunni ha un bisogno educativo speciale: disabilità, disturbi specifici dell’apprendimento, disturbo oppositivo-provocatorio, ADHD. Molti sono NAI, Nuovi Arrivati in Italia, con difficoltà linguistiche, altri ancora provengono da contesti familiari disagiati.

Perché ha deciso d’insegnare?

Fino a dieci anni fa lavoravo come architetto. L’occasione è nata quando, aiutando la baby-sitter che curava i miei figli a iscriversi al concorso abilitante del 2012, ho deciso di partecipare anch’io, in un periodo di forte sovraccarico tra libera professione e bisogni familiari. Ho vinto il concorso e ho continuato a fare l’architetto finché, qualche anno dopo, l’ufficio scolastico territoriale mi ha chiamata per l’immissione in ruolo, invitandomi a presentarmi il giorno seguente. Il mio percorso è insolito: non sono mai stata precaria. Il primo anno di prova l’ho svolto in una scuola di Tor San Lorenzo, sul litorale romano, in un contesto ancora più complesso di quello dove insegno oggi. È stata un’esperienza illuminante: non avrei mai immaginato di riuscire a interfacciarmi con alunni provenienti da contesti tanto diversi. Tra gli studenti c’erano anche ragazzi apolidi, con storie molto difficili alle spalle. Vederli coinvolti e sorridenti era particolarmente significativo. La tecnologia è una materia che può essere resa facilmente interessante e divertente, e questo mi ha aiutata. Dopo quell’anno ho chiesto il trasferimento nella scuola dove insegno tuttora. Qui ho assunto nel tempo diversi ruoli interni. Sono stata vicepreside per cinque anni e attualmente faccio parte dello staff della dirigenza. Probabilmente dal lavoro come architetto ho ereditato la propensione a risolvere problemi.

Come si diventa vicepreside?

È un incarico fiduciario: non si viene eletti dal collegio docenti o da altre rappresentanze, ma scelti dal dirigente scolastico come suo primo collaboratore di fiducia. Pur essendo un ruolo chiave in una struttura con mille studenti e circa duecentocinquanta dipendenti tra docenti e personale ATA, non ha riconoscimenti a livello di stipendio, contributi o carriera: si rimane docenti con lo stesso stipendio e la stessa anzianità. Le ore di lavoro aggiuntive vengono compensate in maniera simbolica con il FIS, il Fondo Interno della Scuola, che però serve anche a pagare tutti i progetti, ed è quindi una “coperta corta”. In molte organizzazioni “il numero due” – o comunque le figure centrali con ruolo di coordinamento – hanno un riconoscimento che motiva; a volte mi chiedo se, a fronte di tanto impegno, non sarebbe giusto che fosse così anche a scuola.

Ho sempre pensato che l’importante sia “imparare a imparare”, soprattutto oggi, in una società dove le competenze invecchiano in fretta: sia nel lavoro sia nella vita quotidiana dovremo continuamente imparare cose nuove. Non si tratta di riempire i ragazzi di nozioni, ma di dare loro un metodo.

Come vive l’insegnamento?

Per me è stata una grande scoperta: mi dà moltissimo dal punto di vista umano ed è una sfida continua, quotidiana. Amo insegnare nel mio istituto e non ho mai chiesto il trasferimento, perché in questo contesto la scuola può davvero rappresentare una leva sociale, con effetti concreti. Qui il valore dell’inclusione è reale: ci lavoriamo molto e i ragazzi lo percepiscono. Non si formano gruppi chiusi, non si isola chi ha difficoltà, non ho mai osservato razzismo o esclusione verso studenti con disabilità; tra loro c’è un forte senso di solidarietà, pur con i normali contrasti dell’età. Proprio perché crediamo fortemente nel ruolo sociale della scuola, una delle priorità per noi docenti è la riduzione della dispersione scolastica, sia esplicita (abbandono precoce degli studi), sia implicita (completamento del percorso scolastico senza aver raggiunto i livelli di apprendimento attesi).

Si tratta di due fenomeni che, nonostante il nostro impegno, continuano a rappresentare una sfida e sui quali lavoriamo costantemente.

Cosa si insegna oggi nelle ore di tecnologia?

La mia materia è al centro di una grande trasformazione, perché le nuove Indicazioni nazionali hanno rivoluzionato molto l’insegnamento. Finora ho affrontato soprattutto temi ambientali (inquinamento, uso consapevole dei materiali e delle fonti energetiche), basi di economia, produzione alimentare e una parte di grafica. Dal prossimo anno scolastico, con le classi prime, introdurrò informatica e soprattutto intelligenza artificiale. Un cambiamento importante che mi spinge a interrogarmi e formarmi attivamente, perché da settembre il modo di insegnare dovrà necessariamente cambiare.

Che tipo di formazione è prevista per voi insegnanti?

Sull’intelligenza artificiale la formazione è prevista ed è obbligatoria. Esistono diverse piattaforme gratuite, come S.O.F.I.A., e molti percorsi formativi di varia durata: gratuiti, a pagamento, online e in presenza. Tuttavia, questa ampia scelta non è sempre sinonimo di qualità: spesso si procede per tentativi, si sceglie un corso e poi lo si cambia. Avrei preferito meno offerta, ma percorsi più strutturati e di livello più alto. Il Ministero potrebbe investire di più sulla formazione dei suoi docenti. Siamo stati reclutati sulla base di certi contenuti e ora – com’è giusto che sia per una scuola che deve stare al passo con i tempi – ne vengono aggiunti altri, ma sta a noi rimboccarci le maniche per formarci in modo adeguato.

L’intelligenza artificiale è una sfida anche per la scuola.

La tecnologia è probabilmente la materia che più di altre ha dovuto confrontarsi con l’innovazione degli ultimi anni, ma in tutte le discipline dell’area STEM sono state introdotte informatica e intelligenza artificiale (IA).
L’IA è stata resa trasversale perché cambia in modo quasi “copernicano” la modalità di apprendimento: la scuola tradizionale si basava su domande a cui lo studente doveva saper dare risposte corrette; oggi con l’IA le risposte sono quasi tutte automaticamente disponibili, quindi la competenza chiave diventa saper formulare le domande e sviluppare lo spirito critico. Si tratta di uno strumento didattico potentissimo. Non possiamo escluderlo dalle aule, perché non possiamo escluderlo dalla nostra vita, ma non si può improvvisare: serve una formazione solida per i docenti e, di conseguenza, per gli studenti.

Quali sono i problemi che affronta nel suo lavoro?

Il primo è legato all’edilizia scolastica. L’edificio della scuola, che ha quasi cinquant’anni, avrebbe bisogno di interventi di ristrutturazione e di messa in sicurezza in vari punti, ma il Municipio ha fondi limitati e la scuola a volte si sente abbandonata a se stessa. Ci sono infiltrazioni d’acqua, finestre rotte, bagni non funzionanti. Sono arrivati finanziamenti per realizzare aule multimediali e altri progetti, ma non per la ristrutturazione generale. Credo che la scuola necessiti di maggiori risorse, non solo per rendere gli ambienti vivibili ma anche piacevoli: l’educazione dovrebbe avvenire in spazi belli, accoglienti, funzionali. È un tema che mi sta molto a cuore, anche per la mia precedente esperienza da architetto. Un altro tema è il rapporto, non sempre semplice, tra scuola e famiglie: come vicepreside mi sono spesso occupata di incomprensioni tra genitori e docenti, una parte complessa da gestire.

Che metodologie didattiche utilizza?

Parto dalla lezione frontale, che considero un momento essenziale perché richiede ascolto, concentrazione e comprensione, ma la limito a dieci-quindici minuti. Il resto dell’ora è dedicato al lavoro pratico. Per le attività di ricerca penso funzionino molto bene gli approcci peer-to-peer, con gli studenti più avanti che aiutano quelli con più difficoltà. Utilizzo anche i principi della flipped classroom, chiedendo ai ragazzi con competenze maggiori di preparare la lezione a casa e di presentarla alla classe.

Come funziona la valutazione?

Manteniamo il momento dell’interrogazione, richiesto dal sistema scolastico, ma la valutazione non è solo un numero: è un confronto. I ragazzi devono capire dove possono crescere e dove hanno raggiunto una buona maturità o competenza. Non c’è nulla di peggio di una valutazione non spiegata, che può essere percepita come ingiusta. Registro e condivido i miei criteri di valutazione con gli studenti e spesso chiedo loro di autovalutarsi: il risultato è che quasi sempre i nostri giudizi sono allineati. Uso il voto, ma all’interno di una valutazione personalizzata, spiegata e condivisa, perché nella nostra scuola conta soprattutto il percorso di crescita dello studente, non soltanto il risultato finale.

Crede che un insegnante possa fare la differenza?

Sì, e profondamente. La nostra motivazione principale dovrebbe essere offrire ai ragazzi un’esperienza positiva nei loro primi anni dentro le istituzioni, perché così si costruisce il senso di cittadinanza. Non riguarda solo la mia materia: dobbiamo aiutarli a capire la realtà e a immaginare un futuro possibile per sé. Non possiamo essere fossilizzati sul “programma”, perché il nostro lavoro non è solo didattico. Valori come riflessione, calma, lentezza, capacità di correggersi si trasmettono soprattutto attraverso la relazione.
Ho sempre pensato che l’importante sia “imparare a imparare”, soprattutto oggi, in una società dove le competenze invecchiano in fretta: sia nel lavoro sia nella vita quotidiana dovremo continuamente imparare cose nuove. Non si tratta di riempire i ragazzi di nozioni, ma di dare loro un metodo. Nella mia esperienza scolastica ho avuto professori che hanno fatto la differenza, al di là dei contenuti, per la loro coerenza, solidità, impegno e soprattutto per la capacità di accendere in noi nuove curiosità. Penso alla mia severa docente di francese alle medie o al professore di storia e filosofia al liceo, sempre capaci di stimolarci. Oggi mi capita di rivedere ex studenti: tornano a trovarci, affezionati alla scuola, ci raccontano cosa sta andando bene o meno bene, gli studi o il lavoro. Vengono per condividere il loro percorso, ed è bellissimo sapere di averli aiutati a intraprenderlo.
di Emilia Bandel

Articoli suggeriti