Nel passaggio tra Settecento e Ottocento, in particolare grazie al pensiero di Rousseau e di Pestalozzi, si afferma una crescente attenzione verso l’infanzia, il suo linguaggio, le sue fasi di sviluppo. Sulla scia di queste nuove istanze pedagogiche, Friedrich Fröbel, influenzato dal metodo pestalozziano, mette a punto un programma educativo e luoghi dedicati ai bambini nei primissimi anni di vita, i Kindergarten (giardini dell’infanzia), dove l’esplorazione della natura e il gioco diventano modalità di apprendimento.
Fröbel nasce a Oberweissbach, circondato dai boschi della Turingia, nel 1782. Rimasto orfano di madre nei primi mesi di vita, conduce un’infanzia malinconica e solitaria, cresciuto dal padre, pastore luterano rigido e severo. L’esplorazione della natura lo consola e lo affascina fin da subito: a quindici anni inizia l’apprendistato come ispettore forestale, mentre frequenta con discontinuità l’università, interessato a diversi ambiti come storia naturale, mineralogia e architettura.
Capisce finalmente la strada che vuole imboccare quando, nel 1805, incontra Gottlieb Anton Gruner, discepolo di Pestalozzi e direttore della scuola di Francoforte in cui Fröbel ha il suo primo incarico come insegnante. Dialogando con lui rimane affascinato dalla pedagogia pestalozziana. Si reca quindi in Svizzera, nel Castello di Yverdon, uno dei principali istituti che applicano l’approccio educativo del pedagogista, per studiare da vicino il nuovo metodo.
Nel frattempo, approfondisce gli studi di filosofia, trovando particolare corrispondenza nel pensiero di Friedrich Schelling, espressione della visione romantica di una profonda compartecipazione tra Dio, l’uomo e la natura, in cui il compito fondamentale della conoscenza è quello di trovare le relazioni sottese a tutte le cose.
Per rispondere alla domanda “qual è il proposito dell’educazione”, sono partito dall’osservazione della vita dell’uomo in un mondo di oggetti che lo influenzano e che lui ha il desiderio di influenzare: allora deve conoscerli, questi oggetti, nelle loro caratteristiche, nella loro essenza e nella loro relazione tra di loro e con l’umanità.
Friedrich Fröbel, L’educazione dell’uomo, 1826
Riprendendo da Pestalozzi l’idea di uno sviluppo integrale dell’individuo e da Schelling il concetto di unità, Fröbel sostiene che educare significhi accompagnare il bambino nella piena realizzazione delle proprie potenzialità, favorendo l’armonia tra le sue diverse facoltà e il rapporto con la natura. L’educatore, quindi, non determina dall’esterno ciò che il bambino può diventare, ma è chiamato a rispettarne e assecondarne lo sviluppo naturale, proprio come un giardiniere si prende cura di una pianta senza forzarne la crescita. Questa concezione dello sviluppo naturale del bambino, destinata a trovare una potente espressione nella metafora del giardino, costituisce uno dei primi nuclei del metodo froebeliano, messo alla prova nel 1817, quando il pedagogista tedesco fonda una scuola sperimentale nel villaggio di Keilhau. In questa piccola realtà Fröbel, che ha come allievi anche i suoi cinque nipoti, dà forma per la prima volta ai principi che ispireranno i giardini dell’infanzia.
In seguito, nel 1837, fonda un istituto per bambini fino a sei anni a Bad Blankenburg, in Turingia, che tre anni dopo chiama ufficialmente Kindergarten.
Il pedagogista apre anche una scuola per insegnare il suo metodo alle “maestre giardiniere”, definite in questo modo sempre in accordo con la metafora che paragona il bambino a una pianta il cui sviluppo va assecondato nel rispetto della sua natura.
L’ideale Kindergarten froebeliano prevede diversi spazi, gran parte dei quali all’aperto: innanzitutto un appezzamento di terra comune, in cui i bambini possano decidere insieme quali vegetali piantare, dividendosi i compiti; a questo si aggiunge un appezzamento personale, in cui ciascun piccolo studente è chiamato alla responsabilità delle piante di cui ha cura e dei suoi strumenti di lavoro; infine, un’area al chiuso dove impegnarsi in attività creative come filastrocche e canzoni e dove i maestri possono predisporre i giochi e i materiali didattici secondo il livello di sviluppo dei bambini. Fröbel chiama questi primi dispositivi didattici “doni”, non semplici giocattoli ma materiali strutturati attraverso i quali il bambino può osservare e manipolare, scomporre e ricomporre le forme, passando dall’esperienza concreta alla scoperta di relazioni e principi più astratti.
Fröbel ipotizza anche una specifica successione dei doni, in accordo con lo sviluppo fisico e cognitivo dei bambini: il primo oggetto pensato per i più piccoli, ad esempio, può essere una palla elastica colorata, per sviluppare la percezione tattile e la coordinazione, mentre il secondo dono è composto da tre diverse forme in legno, una sfera, un cilindro e un cubo, per cominciare a indagare le relazioni tra corpi differenti.
Il gioco, che si svolga nella natura o sia sostenuto da strumenti didattici, lungi dall’essere concepito come pausa ricreativa, diventa per Fröbel il metodo didattico privilegiato.
Il gioco è il più alto grado dello svolgimento umano in questo stadio; perché esso è la spontanea e necessaria rappresentazione dell’interno dell’animo, il quale ha bisogno di estrinsecarsi. Il gioco è il più genuino e più spirituale prodotto dell’uomo in questo periodo, ed è a un tempo il modello e l’immagine di tutta la vita interna dell’uomo.
Friedrich Fröbel, L’educazione dell’uomo 1828
Un altro aspetto centrale della pedagogia froebeliana è il concetto di autonomia, ripreso da Rousseau ma arricchito di risonanze provenienti dalla cultura romantica. Per il pedagogista, infatti, il bambino non è un adulto in miniatura da indirizzare, ma, naturalmente provvisto di una spinta verso la conoscenza, possiede una spontaneità infantile da difendere e assecondare. L’educatore ha quindi il compito di guidare con discrezione, aiutando il bambino a rendere più chiare le sue naturali espressioni.
In questa armonia tra guida e libertà risiede uno degli aspetti più moderni del pedagogista, che influenzerà il pensiero di grandi maestri del Novecento come Maria Montessori , Loris Malaguzzi e Giuseppina Pizzigoni.
Il giardino dell’infanzia di Bad Blankenburg ha vita breve: nel 1851 un decreto del Ministero della Pubblica Istruzione prussiana vieta i Kindergarten in tutto il Paese. Nel clima di repressione e sospetto che segue i moti del 1848, le idee educative del pedagogista vengono tacciate di ateismo e socialismo.
Fröbel, che muore nel 1852, non può quindi assistere al fiorire dei giardini dell’infanzia che, dopo la revoca del divieto nel 1860, iniziano a diffondersi in tutta la Germania sulla spinta dei suoi collaboratori e discepoli, diventando un modello per le scuole d’infanzia di altri Paesi europei.
Ma l’eredità froebeliana non si limita all’istituzione del Kindergarten e di uno spazio finalmente a misura dei bambini in età prescolare: il suo riconoscimento della dignità dell’infanzia alimenta un’autentica rivoluzione in ambito pedagogico, portando la creatività dei più piccoli al centro della scena. Il “giardino dell’infanzia” diventa così l’espressione concreta di una nuova idea di educazione: non modellare il bambino a immagine dell’adulto, ma predisporre le condizioni perché possa svilupparsi attraverso il gioco e l’esperienza.





