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22 Settembre 2026
2026

Cinema: un prezioso alleato della didattica

Come i film aiutano a riappropriarsi della visione come “racconto”

Intervista a Davide Boero,
docente ed esperto di cinema
Tempo di lettura: 10 minuti
Davide Boero unisce l’esperienza di docente di scuola superiore alla carriera di studioso – appassionato – di cinema. Ha pubblicato alcuni saggi sulla rappresentazione che il cinema italiano ha dedicato al mondo scolastico. Scopriamo insieme a lui come si è evoluto il racconto di insegnanti e alunni sul grande schermo e come possono oggi questi racconti “lunghi” competere con gli attuali “concorrenti”, prodotti audiovisivi sempre più brevi e spesso disimpegnati.

Che cosa insegna e da quanto tempo?

Sono un docente abilitato in discipline letterarie e insegno italiano e storia in una scuola superiore; quando entrai – più di vent’anni fa – per la prima volta come professore in un’aula scolastica rimasi disorientato, perché temevo di non riuscire a stabilire un contatto con i ragazzi, che mi guardavano incuriositi. Non trovai niente di meglio che chiedere il titolo dell’ultimo film che avevano visto…

Lei è anche un esperto di cinema: pensa che possa essere uno strumento efficace per educare allo sguardo critico degli studenti?

Ritengo che gran parte della produzione cinematografica attuale non aiuti ad affinare le capacità critiche dei giovani, che sono immersi in una moltitudine di linguaggi eterogenei e concorrenziali. I film di oggi inseguono troppo la serialità a favore di un pubblico generalista, distratto dall’eccessiva offerta delle piattaforme; per educare gli studenti a sviluppare uno sguardo critico – cosa che la buona cinematografia può fare – riterrei utile recuperare il passato e riappropriarsi di un tempo della visione scandito solo dal ritmo del racconto e non dalla brevità dei messaggi social.

Lei ha pubblicato un saggio (Storia cinematografica della scuola italiana, Lindau, 2022) dedicato alla rappresentazione dell’istruzione pubblica sul grande schermo. Come e perché è nato questo progetto?

Amo il cinema da sempre, un po’ con lo spirito del collezionista. Mi sono concentrato sul filone scolastico perché trovo affascinante il modo in cui viene raccontato quanto avviene nelle aule. La scuola è un’esperienza condivisa e vive nella dimensione del ricordo, viene cioè filtrata da quello specchio deformante che è la memoria; ognuno ha in mente eventi indelebili vissuti tra i banchi, dai tic di qualche docente agli scherzi coi compagni… in un modo o nell’altro l’immaginario sulla scuola si è così sovrapposto alla sua realtà, dando vita a una serie di pellicole al contempo realistiche e mitiche. Il volume è nato per studiare questo fenomeno; dopo aver cercato tutti i film in cui la scuola italiana fosse più di uno sfondo scenografico, ho organizzato un percorso per cicli e cronologico.

Com’è cambiata l’immagine che il cinema riporta della scuola?

Non si è modificata molto. Al di là delle contingenze documentarie, quindi della fotografia che il regista vuole dare dell’istruzione pubblica in un dato momento storico, i film hanno fatto da cassa di risonanza ad alcuni luoghi comuni che continuano a essere riproposti da decenni, dalla mancanza congenita di risorse alla presenza di discenti poco disponibili all’ascolto e professori stanchi di un lavoro sempre più impiegatizio. Bisogna ricordare che, parallelamente a una tendenza impegnata, attenta a un’analisi della società che si riflette nelle aule, per intenderci quella di pellicole come Mio figlio professore (Renato Castellani, 1946), ha avuto grande successo quella più leggera che, prendendo le mosse da antenati nobili come Terza Liceo (Luciano Emmer, 1953), ha prodotto il sottogenere della commedia sexy di ambientazione scolastica; a partire da L’insegnante (Nando Cicero, 1975) fino agli epigoni dei vari Pierino con Alvaro Vitali, queste pellicole dirette alla pancia di un pubblico greve e qualunquista hanno demolito l’immagine filmica dell’istituzione scolastica.

Terza Liceo (Luciano Emmer, 1954)

Quali sono i film sulla scuola che consiglierebbe a studenti e professori per ciascun ciclo scolastico?

Il film più iconico sul primo ciclo di istruzione è sicuramente Il maestro di Vigevano (Elio Petri, 1963, dal romanzo di Lucio Mastronardi), una denuncia delle frustrazioni di chi svolgeva un mestiere che stava perdendo rilevanza nella società e rischiava di escludere dal benessere del boom economico. Sulla secondaria di primo grado mi ha colpito particolarmente il documentario A scuola (Leonardo Di Costanzo, 2003), che mostra la necessità dell’istituzione scolastica come presidio, specie nelle periferie delle grandi città; sulle superiori indimenticabile resta il grottesco La scuola (Daniele Luchetti, 1995), tratto dai testi di Domenico Starnone, che riaprirono un acceso dibattito sull’efficacia o meno della scuola di massa.

La scuola (Daniele Luchetti, 1995)

Lei si è dedicato anche allo studio del cosiddetto cinema per ragazzi. Cosa intendiamo con questa categoria e come si è evoluta?

Fin dalle origini del cinematografo fu chiara la forza di suggestione delle immagini in movimento, tanto che gli adulti si posero immediatamente il problema di cosa potessero guardare i minori. In Italia, negli anni del secondo dopoguerra e in concomitanza con la nascita del Festival Internazionale del Film per ragazzi di Venezia (1949), psicologi e pedagogisti spinsero verso una produzione a misura di bambino che si rivelò artificiosamente educativa e moralista, negando ai più piccoli il piacere dell’evasione. Oggi i confini sono più labili e molte pellicole possono essere fruite a più livelli e apprezzate da spettatori di diverse età.

I ragazzi oggi sono immersi in un costante flusso visivo e audiovisivo. Come può il cinema far dialogare la scuola con i linguaggi e le sensibilità delle nuove generazioni?

È un lavoro lento, di scoperta. Ho iniziato ad amare la settima arte anche grazie a insegnanti illuminati che non imponevano un film come puntello visivo di una lezione, ma lo presentavano alla classe perché l’avevano apprezzato e volevano condividerlo; noi studenti lo capivamo e gradivamo. In ragione di questo, cerco sempre di trovare collegamenti tra quanto guardano i ragazzi e la mia esperienza, ci sono diversi potenziali ponti: uno, per esempio, è quello dei videogiochi che utilizzano un linguaggio ormai sovrapponibile a quello del cinema. Poi consiglio sempre qualche “classico”, affinare il gusto è un modo per allontanare in maniera naturale e graduale i più giovani dalla povertà visiva che impongono i social, cattivi maestri che addestrano spesso alla pigrizia mentale. Tra i pilastri della storia del cinema che nel corso degli anni hanno avuto più successo nelle classi ci sono Tempi moderni (Modern Times, Charles Chaplin, 1936), satira sociale sonora girata con il trascinante ritmo del muto, e Psyco (Psycho, Alfred Hitchcock, 1960), ancora capace di giocare con le attese dello scafato pubblico di oggi e di lasciare i ragazzi a bocca aperta.

I film di oggi inseguono troppo la serialità a favore di un pubblico generalista, distratto dall’eccessiva offerta delle piattaforme.

Ci sono vantaggi nel vedere un film insieme a docenti e compagni?

A livello personale, ricordo ancora diverse proiezioni cui ho assistito con i miei compagni sia alle elementari sia nei cicli successivi; ne ho memoria come di eventi significativi, positivamente diversi dalla didattica tradizionale, anche se la visione passava attraverso vecchi televisori traballanti e VHS dall’immagine sgranata. Il vantaggio rimane quello di far percepire alle classi che si partecipa a un “rito” condiviso, a un evento da cui si può trarre qualcosa, sia dal punto di vista emotivo che conoscitivo: imparare e conoscere non devono per forza essere disgiunti dal piacere e dal divertimento.

Lei organizza proiezioni scolastiche con i suoi studenti? Se sì, ci può raccontare le sue personali esperienze?

Proprio in ragione di quanto appena detto, consapevole del fatto che il cinema si è trasformato in uno dei tanti canali audiovisivi che assorbono l’attenzione delle nuove generazioni, tendo a centellinare le proiezioni; in genere ne propongo una all’anno, spesso legata a temi storici o sociali, ma sempre preparata con mesi di anticipo, magari accennando alla pellicola in occasioni diverse, per costruire lentamente l’attesa. Un paio di anni fa ho trovato gli studenti di quinta particolarmente commossi da Orizzonti di gloria (Paths of Glory, 1957) di Stanley Kubrick, sorpresi di essersi appassionati a un film in bianco e nero!

In che modo il cinema può aiutare a trattare in classe temi complessi come memoria, identità di genere, conflitto o cittadinanza?

Temi tanto complessi possono arrivare agli studenti semplicemente attraverso la visione di buoni film; come per la letteratura bisogna prestare attenzione al testo che si vuole proporre, non deve essere per forza un lavoro a tema ma un’opera che riesca a coinvolgere e aiuti il fruitore a porsi delle domande. Penso al successo che ha riscosso, anche con proiezioni per le scuole, C’è ancora domani di Paola Cortellesi (2023), ma anche ai tanti film che attraverso la struttura, chiara e fruibile al grande pubblico, dei generi cinematografici, fanno parlare direttamente storia e personaggi. A titolo di esempio amo molto una commedia come School of Rock (Richard Linklater, 2003), prodotto per famiglie in grado di comunicare il valore dell’educazione (che si compie anche attraverso la trasgressione delle regole), e il fantascientifico The Truman Show (Peter Weir, 1998), pieno di suggestioni letterarie che spaziano da Philip K. Dick a George Orwell, passando, almeno nel finale del film, per il nostro Luigi Pirandello e la metafora dello “strappo nel cielo di carta”. La fantascienza, in particolare, mi sembra il genere che più di altri possa far avvicinare alla complessità dell’epoca attuale, vista anche la pervasività delle tecnologie e dell’intelligenza artificiale nel quotidiano; un film che ha anticipato il nostro presente è Lei (Her, Spike Jonze, 2013).

Come vengono formati oggi i docenti all’uso del cinema come risorsa educativa?

La prima attività che mi viene in mente è il CiPS, ovvero il Piano Nazionale Cinema e Immagini per la Scuola, promosso dal ministero della Cultura e da quello dell’Istruzione per introdurre l’alfabetizzazione al linguaggio cinematografico nei percorsi curriculari, come strumento educativo; la piattaforma web, oltre a proporre bandi per le scuole e materiali didattici, contiene molte iniziative, tra cui corsi di formazione per docenti.

Come immagina che evolverà il rapporto tra scuola e cinema nei prossimi anni?

Si tratta di un rapporto destinato a sopravvivere a ogni cambiamento. Negli anni Cinquanta del secolo scorso si riteneva la pellicola il libro dell’avvenire, che avrebbe soppiantato la carta e avrebbe facilitato l’apprendimento: i libri per fortuna sono rimasti e i film sono stati affiancati da altri sussidi audiovisivi. Poi è stato il momento dei computer, quello delle lavagne interattive multimediali e attualmente dell’intelligenza artificiale applicata alla didattica. Ritengo che tutto sia utile, ma nulla indispensabile, perché sta alla sensibilità del docente utilizzare lo strumento che ritiene più efficace per la propria didattica; ed è partendo da questo principio che i film possono continuare felicemente a svolgere una funzione educativa nelle aule.

Davide Boero

È docente di scuola secondaria di secondo grado e ha dedicato al cinema articoli su riviste e volumi, fra cui Chitarre e lucchetti. Il cinema adolescente da Morandi a Moccia (Le Mani, 2009), All’ombra del proiettore. Il cinema per ragazzi nell’Italia del dopoguerra (EUM, 2013), La poesia, il gesto, il suono. Invito alla riscoperta di Jacques Tati (StreetLib, 2021). Sempre al cinema è dedicato il sito davideboero.wordpress.com.

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