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Parola agli insegnanti

Maria Cubito: nuovi linguaggi per una scuola che cambia

Tempo di lettura stimato: 5 minuti
24 Novembre 2025

24 Novembre 2025

Dove insegna e qual è stata la sua formazione?
Insegno italiano, storia e geografia alla scuola media dell’Istituto Comprensivo Lombardo Radice di Palermo. Sono docente da ventinove anni e questo è il mestiere che ho sempre desiderato fare, fin dalla quarta ginnasio. All’epoca sono rimasta affascinata dalla mia professoressa di latino e greco: il suo modo d’insegnare e di essere ha ispirato in me il desiderio di diventare docente. La mia formazione è stata quindi piuttosto lineare, da subito indirizzata a questa professione. Posso dire di avere la fortuna, che so non essere molto comune, di fare il lavoro dei miei sogni, quello che desideravo da ragazza. Questo mi permette di svegliarmi ogni giorno con la voglia di andare a scuola.
In questi anni ha visto molti cambiamenti nella scuola?
Quando ho iniziato, la scuola era ancora molto simile a quella che avevo vissuto da studentessa: lezioni frontali e una netta divisione tra chi riusciva nelle materie e chi non riusciva, tra i bravi e i meno bravi. A poco a poco, però, la scuola ha cominciato a focalizzarsi sempre di più sull’alunno, ma anche sul territorio, con la nascita di iniziative mirate.
Per anni, per esempio, ho lavorato in una scuola di frontiera in cui il tempo prolungato era stato adottato proprio per tenere i ragazzi, che vivevano situazione di fragilità, lontani dalla strada. Lì svolgevo un laboratorio teatrale pomeridiano: mangiavamo insieme una pizza o un panino improvvisato e portavamo a turno la tovaglia, perché i fondi del Comune non bastavano. Ne coltivo un bel ricordo: riuscivamo a coinvolgere i ragazzi, a tenerli a scuola impegnati in attività formative anziché esposti ai rischi delle periferie.
Quando ero studentessa, il concetto d’inclusione non era parte del sistema; ora invece il lavoro sulle esigenze specifiche dello studente è centrale nella scuola italiana. Di recente sono andata ad Atene per un’esperienza Erasmus Plus in cui ho incontrato colleghi di tutta Europa e mi sono resa conto che il nostro Paese è piuttosto all’avanguardia per quanto riguarda l’inclusione. In altri Paesi, come la Germania, l’impostazione è diversa: esistono ancora, per esempio, classi differenziate e scuole speciali per studenti con difficoltà nell’apprendimento.
Da noi si è lavorato in un’altra direzione, mettendo in atto metodi didattici calibrati sui singoli alunni, tentando di superare, nello stesso gruppo classe, la distinzione tra “bravi” e “meno bravi”.
Nella sua scuola si mettono in atto sperimentazioni didattiche?

Con i colleghi ci mettiamo molto in gioco e cerchiamo, insieme, di trovare nuove metodi didattici che possano catturare l’attenzione dei ragazzi.
In questo momento sto lavorando a un progetto interattivo e multidisciplinare dedicato alla giornata dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e alla sensibilizzazione contro ogni forma di discriminazione. Lo sto sviluppando insieme all’educatore di classe la cui figura è di per sé una sperimentazione presente nella nostra scuola, perché, a differenza del ruolo più classico dedicato a singoli studenti con particolari difficoltà, il nostro educatore segue l’intero gruppo classe collaborando con i docenti. In questo progetto stiamo assegnando ai ragazzi diverse attività sul tema dei diritti: devono, per esempio, scrivere un diario e registrare un video in cui impersonano bambini e bambine del passato che hanno subito la negazione di alcuni diritti fondamentali. C’è il ragazzino dei primi del Novecento che va a lavorare in miniera invece di frequentare la scuola, oppure la piccola partigiana, fino ad arrivare ai giorni nostri, con temi importanti come la violenza sulle donne, rappresentata da giovani fidanzate che prendono coscienza del fatto che amare non significa essere sottomesse.
In un’altra classe, invece, stiamo portando avanti un progetto ugualmente interattivo ma ispirato alle divinità dell’epica classica, in cui ciascun ragazzo impersona una divinità cui attribuisce una determinata virtù o un vizio.

 

E nella didattica delle sue discipline, quali sono gli aspetti e i metodi che predilige?
Anche in questo caso cerco di coinvolgere i ragazzi sperimentando metodi innovativi, perché questa generazione è figlia della cultura audiovisiva improntata alla fruizione di formati brevi, un’abitudine che rende difficile mantenere l’attenzione a lungo.
La lezione frontale, in certi casi, è necessaria e non va demonizzata, ma cerco di alternarla con altre attività.
Per esempio, nell’insegnamento della Divina Commedia, per aiutare i ragazzi a familiarizzare con le figure retoriche, chiedo loro di portare in classe i testi delle canzoni che amano, anche rap e trap: insieme individuiamo metafore, anafore e altre figure retoriche, in modo che sia più semplice per loro riconoscerle e comprenderne il funzionamento partendo da testi che sentono vicini.
Ho condotto anche un laboratorio radiofonico che è stato molto divertente: è stimolante per il docente e per gli studenti integrare nella didattica linguaggi e tecnologie diverse. Ad Atene ho seguito un corso sull’intelligenza artificiale applicata all’insegnamento: credo che sarà necessario esplorare anche questa frontiera, perché i ragazzi ne fanno già grande uso ed è importante capire come renderla parte del percorso di apprendimento.
Cerco di coinvolgere i ragazzi sperimentando metodi innovativi, perché questa generazione è figlia della cultura audiovisiva improntata alla fruizione di formati brevi, un’abitudine che rende difficile mantenere l’attenzione a lungo.
La lezione frontale, in certi casi, è necessaria e non va demonizzata, ma cerco di alternarla con altre attività.
Rispetto al disagio giovanile, qual è la sua esperienza? E secondo lei la scuola ha strumenti per farvi fronte?
Nella mia esperienza, a questo riguardo, la sfida più urgente riguarda l’uso smodato e sregolato di internet e dei social media da parte dei ragazzi, lasciati spesso senza una guida in un mondo vasto e pericoloso. Molti genitori sono inconsapevoli dei rischi che i figli corrono online, e gli stessi ragazzi non si rendono conto della bomba che hanno in mano, mettendosi talvolta in situazioni negative e persino contro la legge.
Come referente del gruppo della mia scuola per il contrasto al bullismo e al cyberbullismo, sono venuta a conoscenza di episodi molto gravi legati all’utilizzo di internet e dei social da parte di ragazzini anche di dieci anni. Abbiamo dovuto allertare i genitori e la polizia postale, come previsto dal protocollo in questi casi.
Con i miei colleghi cerchiamo di fare prevenzione: per esempio, la prossima settimana inizierà un programma peer to peer in cui cinque alunni di ogni terza media saranno formati dalla squadra antibullismo sul contrasto a questi fenomeni e dovranno poi, a loro volta, formare i ragazzi di seconda, che a loro volta si rivolgeranno a quelli di prima.
Secondo lei un’insegnante può fare la differenza nella vita di uno studente?
Io credo proprio di sì, e ne ho fatto esperienza diretta grazie a docenti che ho incontrato sulla mia strada. Non solo la mia insegnante di greco e latino, che ha fatto nascere in me il desiderio di fare questo mestiere, ma anche il mio professore di filosofia, che mi ha insegnato prima a studiare e poi a insegnare, una competenza davvero difficile da imparare e trasmettere perché, anche se ci formiamo in continuazione sui diversi aspetti della didattica, questa professione coinvolge la dimensione dell’essere, non solo quella del sapere. Gli studenti avvertono quello che sei e si pongono di conseguenza.
Anch’io spero di lasciare un segno nella vita dei miei alunni, a livello umano ancor più che rispetto alle nozioni che tento di trasmettere. Dico sempre loro che, se ricorderanno le esperienze che abbiamo vissuto insieme perché in qualche modo li hanno trasformati, sarà ancora più importante che trattenere questa o quell’altra data o informazione.
di Eleonora Recalcati

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