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Maestri di scuole

Giuseppina Pizzigoni: pedagogista, educatrice e insegnante

Tempo di lettura stimato: 7 minuti
11 Giugno 2026

Educare all'esperienza

11 Giugno 2026

Educare all'esperienza

Nell’autunno del 1911, nel quartiere Ghisolfa di Milano, due classi di prima elementare sono a lezione: intorno a loro, però, non ci sono banchi, né sedie, né tantomeno un maestro in cattedra. In un padiglione in legno affacciato sul giardino, una delle due classi sta realizzando piccoli oggetti di legno e di vimini sotto la guida della maestra Giuseppina Pizzigoni. Quando gli oggetti saranno pronti, i bambini potranno attribuire loro un prezzo e venderli nel mercatino organizzato per le famiglie e il quartiere, imparando così nuove nozioni di calcolo. Poco distante, nell’orto, la maestra Maria Levi spiega le diverse varietà di pomodori che verranno poi piantate dagli studenti, illustrandone la provenienza geografica e le caratteristiche biologiche. I bambini si passano tra le mani i diversi frutti rossi, osservandone le differenze di colore, forma e gusto. È un giorno qualunque alla Rinnovata, la scuola inaugurata pochi mesi prima e progettata secondo i principi pedagogici della sua fondatrice, Giuseppina Pizzigoni.
Nata a Milano nel 1870, in una famiglia colta e borghese, Giuseppina si appassiona fin da giovane alla letteratura, anche grazie al padre professore, traduttore e scrittore. Ama in particolare il teatro e, ancora giovanissima, sogna di lavorare in quell’ambiente, ma la famiglia la indirizza verso la professione di insegnante. Consegue il diploma magistrale nel 1889 e inizia subito a esercitare. Entrata in classe, però, si rende conto che la didattica di fine Ottocento è improntata a un nozionismo astratto e distante dalla vita quotidiana, a una verbosità che impone ai bambini modalità di apprendimento estranee all’infanzia. La scuola rimane chiusa tra le quattro pareti dell’aula e gli studenti sono costretti ai banchi, dove imparano le definizioni a memoria. Anni dopo commenterà:
«La nostra scuola è oggi fatta di parole molte e di attività poche; essa tende a livellare le menti piuttosto che a sviluppare le singole energie; lascia inerte l’attività fattiva dello scolaro, attività che è mezzo principe per ottenere la cooperazione diretta del discente»

(Discorso tenuto al ginnasio Beccaria, 1923)

Questa insofferenza la spinge a esplorare nuovi modelli educativi attraverso viaggi all’estero alla ricerca di esperienze scolastiche sperimentali. Nel 1909 visita alcune scuole all’aperto in Svizzera e in Francia che, combinando benefici medico-igienici e principi pedagogici orientati all’esperienza diretta, promuovono l’educazione nei boschi e negli ambienti naturali. Affascinata dai risultati osservati, Giuseppina approfondisce i programmi di istituti simili in Europa e negli Stati Uniti, riprendendo al contempo la lettura dei pedagogisti studiati durante la sua formazione. Si sofferma in particolare sul pensiero del tedesco Friedrich Fröbel (1782-1852), dal quale mutua l’importanza del gioco e della creatività nell’apprendimento, introducendo nel proprio insegnamento linguaggi espressivi come il canto, il lavoro manuale e la gestualità corporea. Dallo svizzero Johann Heinrich Pestalozzi (1746-1827) riprende invece la centralità dell’intuizione e dell’esperienza diretta, insieme alla cura della relazione tra educatori e studenti.
Da questo intenso periodo di ricerca nasce un nuovo metodo fondato su un semplice motto: «Scopo il vero, tempio la natura, metodo l’esperienza», parole che campeggiano sulle pareti della scuola Rinnovata secondo il metodo sperimentale fondata da Pizzigoni nel 1911.
Il progetto educativo di Giuseppina prende forma grazie al sostegno del ministro dell’Istruzione Luigi Credaro e di un comitato illustre, convinto dei meriti del nuovo metodo, che comprende l’astronomo Giovanni Celoria, lo psicologo Zaccaria Treves, il neurologo Eugenio Medea, il ministro dell’agricoltura Angelo Mauri e altri rappresentanti del mondo culturale e industriale dell’epoca.
Sul terreno concesso dal Comune, in zona Ghisolfa, sorgono un padiglione Docker (prefabbricato in legno usato per scuole all’aperto e strutture sanitarie), un grande orto, un apiario, un pollaio e strutture per attività fisica all’aperto. Il principio fondamentale del nuovo metodo consiste nell’aprire la scuola, estendendo l’educazione al mondo del lavoro, alla famiglia e alla città, e superando il verbalismo tipico dell’istruzione di inizio Novecento per privilegiare invece il coinvolgimento attivo del bambino, chiamato a esplorare, creare e mettersi in gioco con il proprio corpo.
«Il metodo della Rinnovata vuole poche parole e molti fatti; vita attiva del bambino a contatto con molte cose, molti fatti e molte persone. Le poche parole del maestro devono guidare lo scolaro alle buone impressioni, devono chiarire, correggere dove fosse necessario. Ricordiamo che i fatti sono di chiarezza adamantina, se portati al ragazzo con gradazione, ordine e metodo»

(G. Pizzigoni, Le mie lezioni ai maestri d’Italia, 1931)

Uno dei principi cardine della pedagogia di Pizzigoni è che “scuola è il mondo”: tutto ciò che appartiene alla realtà e alla vita deve entrare nello spazio scolastico e, allo stesso tempo, i bambini devono essere accompagnati dai maestri il più possibile all’esterno per fare esperienza diretta delle realtà che studiano.
La scuola non si estende soltanto nello spazio, ma anche nel tempo, prolungando l’orario pomeridiano per abbracciare tutti i momenti della quotidianità infantile. La Rinnovata diventa così una vera e propria comunità educativa, capace di coinvolgere anche le famiglie attraverso frequenti incontri e uscite.
Lo studente viene concepito nella sua integralità: scuola e famiglia, gioco e istruzione, mente e corpo non sono più ambiti separati, ma parte di un unico percorso educativo.
La Rinnovata parte come sperimentazione con sessantaquattro bambini di prima elementare e due maestre, Giuseppina Pizzigoni e l’amica Maria Levi, ma già nel 1927 il successo del progetto porta alla costruzione di un nuovo edificio in cui gli spazi scolastici sono pensati dall’architetto Erminio Valverti in funzione dei principi del metodo. Alla scuola elementare si affiancano un asilo, nuovi spazi per i laboratori con recinti per gli animali, una palestra e una sala per concerti e rappresentazioni teatrali.
Nel 1929 Giuseppina lascia l’insegnamento per portare avanti la ricerca e la diffusione del suo metodo, attraverso l’Ente morale Opera Pizzigoni e con scritti come Le mie lezioni ai maestri d’Italia, del 1931. Negli anni del Regime, il metodo continua a svilupparsi pur confrontandosi con il centralismo educativo fascista.
Dopo aver dedicato gran parte delle sue risorse ed energie al progetto educativo, Pizzigoni muore all’ospizio Sant’Anna di Saronno nel 1947. Ma la Rinnovata continua tutt’oggi a praticare il metodo della fondatrice che ha ispirato, lungo tutto il Novecento, pedagogisti, educatori, maestri a rifuggire l’astrazione del nozionismo per realizzare una scuola che accompagni i bambini a una conoscenza viva e appassionata del mondo. Molte pratiche oggi considerate innovative, come la didattica laboratoriale, l’educazione all’aperto, l’apprendimento cooperativo, erano già al centro dell’esperimento della Rinnovata più di un secolo fa.
Testo di Eleonora Recalcati, illustrazioni di Giordano Poloni

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