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30 Giugno 2026
2026

Parlare di scuola senza clamori

La Quarta Indagine sui docenti italiani come strumento di osservazione e approfondimento

Intervista a Gianluca Argentin,
sociologo e valutatore
Tempo di lettura: 10 minuti
Dopo aver visto come viene condotta la ricerca che ha portato al quarto rapporto sulle condizioni di vita e di lavoro degli insegnanti italiani, intitolato “In costante divenire: insegnare tra molteplici impegni in contesti plurali”(Il Mulino 2026), passiamo in rassegna alcuni dei risultati dell’indagine con Gianluca Argentin, professore associato presso l’Università di Milano-Bicocca e coordinatore del progetto di ricerca.

A poche settimane dalla pubblicazione del volume, è possibile fare una prima panoramica dei risultati dell’Indagine?

Il rapporto della Quarta Insegnanti è composto da trentatré capitoli diversi, ciascuno con focus su un aspetto specifico, approfondito da uno specialista: tra questi diversi argomenti che, letti assieme, contribuiscono a comporre un quadro articolato della scuola italiana vista dagli insegnanti, è difficile scegliere cosa raccontare. Emergono però alcuni aspetti di cui è importante parlare.

Da cosa partirebbe?

Un tema importante è la trasformazione dell’accesso all’insegnamento. Dalle risposte fornite emerge che gli insegnanti sono molto più formati che in passato. Questo è dovuto alla strutturazione di cicli di laurea dedicati all’educazione nella scuola primaria e alla presenza di percorsi di abilitazione per gli altri gradi: la preparazione dura molto più a lungo di un tempo. C’è dunque oggi da parte dei docenti la percezione di aver ricevuto una formazione iniziale più adeguata. Lo osserviamo su un arco temporale di trent’anni: siamo passati progressivamente da un sistema in cui chiunque poteva accedere a questo impiego a un modello con maggiori barriere all’ingresso.
Si osserva, inoltre, che i più giovani lamentano molto meno, rispetto agli altri, la mancanza di accompagnamento nei primi mesi di insegnamento: ciò suggerisce una crescita delle forme di induction informale all’interno delle scuole. Anche chi non ha ricevuto una guida formale da parte dei colleghi dichiara di essersi inserito senza particolari difficoltà, a differenza di quanto avveniva in passato. Questo indica che la preparazione ricevuta oggi consente ai nuovi insegnanti di affrontare l’ingresso nella professione con minori criticità.
Parallelamente a questa strutturazione degli iter didattici, c’è il mondo dei cosiddetti “Second career teachers”, ovvero docenti che arrivano all’insegnamento dopo altre carriere professionali, un fenomeno cresciuto enormemente dal 1990 a oggi. E ci sono alcune sorprese: chi arriva tardi all’insegnamento ha una formazione iniziale specifica minore, ma mostra una propensione più forte a entrare a scuola per restarci; si tratta di svolte non esplorative, ma molto consapevoli, di persone che desiderano convintamente dedicarsi alla scuola. I “Second career teachers” dicono di usare – molto più degli altri insegnanti – approcci didattici laboratoriali e collaborativi, e soprattutto dichiarano, molto più degli insegnanti con percorsi “standard”, di sentirsi preparati ad affrontare in classe tematiche educative emergenti.

Chi sono questi “Second career teachers”?

Hanno profili molto eterogenei; per un 20% vengono da mondi contigui alla scuola, sono ad esempio educatori presso altri enti, per un 25% vengono da carriere amministrativo- commerciali, per la quota restante hanno provenienze molto frammentate: si trova, tra gli altri, un 5% di ex studiosi universitari e un 8% di ex professionisti. Questi insegnanti hanno un profilo meno strutturato per quanto riguarda la formazione pedagogica di partenza, ma hanno molta esperienza vissuta sul campo. Il quadro generale che ne deriva è di insegnanti che, attraverso strade diverse, arrivano mediamente piuttosto preparati all’insegnamento. Per molti il canale di accesso è rappresentato dai ruoli di sostegno: a fronte di un fabbisogno elevato, il numero di docenti abilitati resta limitato; per altri invece, soprattutto in ambito tecnico e professionale, è la contiguità con le attività professionali a definire un mix di insegnamento e altri impieghi.
Se dunque i “Second career teachers” si concentrano di più nei ruoli di sostegno e nelle materie e negli istituti tecnico-applicativi, risultano, invece, meno presenti nella scuola primaria, che presenta requisiti di accesso più stringenti, e nei licei, sia per una questione di classi disciplinari sia per la minore presenza di studenti con bisogni educativi speciali in questi indirizzi.
Queste sono grandi trasformazioni di lungo periodo, un vero cambiamento strutturale: è importante rilevarlo e parlarne, perché significa che quasi tutto il comparto docente ha cambiato configurazione di competenze in ingresso.

Ci sono aree che definirebbe “di crisi”?

L’indirizzo che pare mostrare qualche elemento di criticità in più sembra essere, paradossalmente, proprio il liceo: è quello con i numeri più alti, in costante crescita, ma anche quello in cui i docenti appaiono più disorientati: sanno meno come affrontare tematiche nuove con gli studenti; quindi, come fronteggiare questioni educative che fino all’altro giorno non li riguardavano e che adesso invece li riguardano. In quella che da sempre è considerata “l’elite” della scuola, non esiste più il semplice ruolo di magister, che si limita a insegnare la sua materia dall’alto della sua cultura, ma sono diventate necessarie competenze e sensibilità più vaste. Questa trasformazione sta generando frizioni e difficoltà: si tratta probabilmente anche di una questione di modelli, che merita di essere approfondita.

Mi sembra di capire che la Quarta insegnanti restituisca un quadro complessivamente positivo del mondo della scuola visto dai docenti.

Emergono senz’altro anche delle criticità. Ad esempio, il precariato si è significativamente prolungato e questo rappresenta chiaramente un problema.
Tuttavia, analizzando le risposte fornite, gli insegnanti – anche precari – esprimono livelli di soddisfazione mediamente più elevati rispetto al mercato del lavoro nel suo complesso. Nella scuola, infatti, il profilo più diffuso di lavoro precario è quello di chi ha un contratto annuale fino al termine delle attività didattiche o dell’anno scolastico. Si tratta, quindi, di una forma di precarietà che, soprattutto nelle fasi iniziali della carriera, presenta caratteristiche specifiche come l’equiparazione salariale con i colleghi di ruolo, l’accesso agli ammortizzatori sociali, un orario di lavoro consono. Sono condizioni che compensano, almeno in parte, l’incertezza legata alla stabilizzazione futura o al superamento dei concorsi.
Una delle sorprese dell’indagine, che offre anche alcuni spunti di riflessione rispetto alle condizioni generali del mercato del lavoro, è che appare importante non tanto e solo un contratto sicuro, ma la consapevolezza di compiere un lavoro dotato di senso intrinseco. Chi svolgeva una professione impiegatizia, senza grandi soddisfazioni, nel momento in cui comincia a insegnare sembra, infatti, trovare grande gratificazione proprio rispetto a questa necessità, che si è andata affermando negli ultimi anni.
In generale, gli insegnanti sono persone molto soddisfatte del loro lavoro; lo evidenziano numerose analisi comparate con altri impieghi e lo conferma anche la Quarta Insegnanti. Il 90% di loro rifarebbe lo stesso lavoro e gran parte di loro consiglierebbe questo percorso ai figli di amici. Su tutti gli indici disponibili, i livelli di soddisfazione appaiono molto elevati; l’unica area di insoddisfazione riguarda il riconoscimento economico e sociale, soprattutto a lungo termine, perché la scuola offre limitate opportunità di sviluppo professionale strutturato e riconosciuto, lasciando spazio prevalentemente a dinamiche informali, fattore che alla lunga può generare elementi di tensione e difficoltà.
Un altro aspetto che richiede, a mio giudizio, un approfondimento è la questione della violenza a scuola: gli insegnanti riportano episodi di violenza con la stessa frequenza del 2008, vale a dire che il numero degli episodi rilevati è sostanzialmente identico a diciotto anni fa. Se però si pone la domanda “è cresciuta la violenza dentro la scuola?” la risposta è pressoché unanime e tutti affermano che sì, è cresciuta enormemente.
Diventa dunque interessante ragionare sulla permeabilità degli insegnanti agli allarmi sociali e alle retoriche che investono la scuola, spesso caratterizzate da una scarsa base empirica ma da un forte clamore ideologico.

In generale, gli insegnanti sono persone molto soddisfatte del loro lavoro; lo evidenziano numerose analisi comparate con altri impieghi e lo conferma anche la Quarta Insegnanti. Il 90% di loro rifarebbe lo stesso lavoro e gran parte di loro consiglierebbe questo percorso ai figli di amici.

D’altra parte, se il numero di episodi registrati dal 2008 a oggi rimane invariato, nonostante in questi anni si sia lavorato sul tema della violenza e del bullismo, significa che questo impegno nella prevenzione non ha prodotto gli effetti attesi?

Non possiamo dirlo: non sappiamo come sarebbe andata senza un’educazione contro la violenza, non abbiamo la controprova. Nel frattempo, inoltre, sono esplosi i social e sono nate altre forme di violenza… Sicuramente si registra una percezione abbastanza stabile dell’intensità del fenomeno, che va indagato con serietà e senza lanciare allarmi: quando si parla di scuola siamo, infatti, esposti troppo spesso a un tipo di comunicazione inutilmente, anzi dannosamente, sensazionalistica.
È di pochi giorni fa un titolo che recitava: “Scuola, 500 docenti denunciati dai genitori e processati in 12 anni. All’estero il fenomeno non c’è”. Poi si fanno i conti e ci si rende conto che stiamo parlando di poco più di 40 casi all’anno! É un numero minuscolo, quasi fisiologico su un milione di lavoratori. Non può esserci un titolo così sui quotidiani, come se fosse il nuovo problema della scuola.
Lo sforzo deve essere quello di guardare la scuola per quello che è, mettendo da parte i clamori. La scuola è un importante fenomeno di massa che riguarda ciascuno di noi, e grazie alla Quarta Insegnanti possiamo darne una lettura ricca di dati. A partire da qui possiamo aprire ragionamenti più ampi e approfonditi, senza strillare e senza inseguire lo scoop.

Gianluca Argentin

Sociologo e valutatore, insegna Metodi quantitativi per la ricerca sociale e Valutazione di impatto dell’innovazione sociale all’Università degli studi di Milano-Bicocca. Si occupa prevalentemente di analisi su diseguaglianze educative e insegnanti e di valutazione di politiche in ambito scolastico. Ha pubblicato, con Il Mulino, il testo “Nostra scuola quotidiana. Il mutamento necessario”.

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