A poche settimane dalla pubblicazione del volume, è possibile fare una prima panoramica dei risultati dell’Indagine?
Da cosa partirebbe?
Si osserva, inoltre, che i più giovani lamentano molto meno, rispetto agli altri, la mancanza di accompagnamento nei primi mesi di insegnamento: ciò suggerisce una crescita delle forme di induction informale all’interno delle scuole. Anche chi non ha ricevuto una guida formale da parte dei colleghi dichiara di essersi inserito senza particolari difficoltà, a differenza di quanto avveniva in passato. Questo indica che la preparazione ricevuta oggi consente ai nuovi insegnanti di affrontare l’ingresso nella professione con minori criticità.
Parallelamente a questa strutturazione degli iter didattici, c’è il mondo dei cosiddetti “Second career teachers”, ovvero docenti che arrivano all’insegnamento dopo altre carriere professionali, un fenomeno cresciuto enormemente dal 1990 a oggi. E ci sono alcune sorprese: chi arriva tardi all’insegnamento ha una formazione iniziale specifica minore, ma mostra una propensione più forte a entrare a scuola per restarci; si tratta di svolte non esplorative, ma molto consapevoli, di persone che desiderano convintamente dedicarsi alla scuola. I “Second career teachers” dicono di usare – molto più degli altri insegnanti – approcci didattici laboratoriali e collaborativi, e soprattutto dichiarano, molto più degli insegnanti con percorsi “standard”, di sentirsi preparati ad affrontare in classe tematiche educative emergenti.
Chi sono questi “Second career teachers”?
Se dunque i “Second career teachers” si concentrano di più nei ruoli di sostegno e nelle materie e negli istituti tecnico-applicativi, risultano, invece, meno presenti nella scuola primaria, che presenta requisiti di accesso più stringenti, e nei licei, sia per una questione di classi disciplinari sia per la minore presenza di studenti con bisogni educativi speciali in questi indirizzi.
Queste sono grandi trasformazioni di lungo periodo, un vero cambiamento strutturale: è importante rilevarlo e parlarne, perché significa che quasi tutto il comparto docente ha cambiato configurazione di competenze in ingresso.
Ci sono aree che definirebbe “di crisi”?
Mi sembra di capire che la Quarta insegnanti restituisca un quadro complessivamente positivo del mondo della scuola visto dai docenti.
Tuttavia, analizzando le risposte fornite, gli insegnanti – anche precari – esprimono livelli di soddisfazione mediamente più elevati rispetto al mercato del lavoro nel suo complesso. Nella scuola, infatti, il profilo più diffuso di lavoro precario è quello di chi ha un contratto annuale fino al termine delle attività didattiche o dell’anno scolastico. Si tratta, quindi, di una forma di precarietà che, soprattutto nelle fasi iniziali della carriera, presenta caratteristiche specifiche come l’equiparazione salariale con i colleghi di ruolo, l’accesso agli ammortizzatori sociali, un orario di lavoro consono. Sono condizioni che compensano, almeno in parte, l’incertezza legata alla stabilizzazione futura o al superamento dei concorsi.
Una delle sorprese dell’indagine, che offre anche alcuni spunti di riflessione rispetto alle condizioni generali del mercato del lavoro, è che appare importante non tanto e solo un contratto sicuro, ma la consapevolezza di compiere un lavoro dotato di senso intrinseco. Chi svolgeva una professione impiegatizia, senza grandi soddisfazioni, nel momento in cui comincia a insegnare sembra, infatti, trovare grande gratificazione proprio rispetto a questa necessità, che si è andata affermando negli ultimi anni.
In generale, gli insegnanti sono persone molto soddisfatte del loro lavoro; lo evidenziano numerose analisi comparate con altri impieghi e lo conferma anche la Quarta Insegnanti. Il 90% di loro rifarebbe lo stesso lavoro e gran parte di loro consiglierebbe questo percorso ai figli di amici. Su tutti gli indici disponibili, i livelli di soddisfazione appaiono molto elevati; l’unica area di insoddisfazione riguarda il riconoscimento economico e sociale, soprattutto a lungo termine, perché la scuola offre limitate opportunità di sviluppo professionale strutturato e riconosciuto, lasciando spazio prevalentemente a dinamiche informali, fattore che alla lunga può generare elementi di tensione e difficoltà.
Un altro aspetto che richiede, a mio giudizio, un approfondimento è la questione della violenza a scuola: gli insegnanti riportano episodi di violenza con la stessa frequenza del 2008, vale a dire che il numero degli episodi rilevati è sostanzialmente identico a diciotto anni fa. Se però si pone la domanda “è cresciuta la violenza dentro la scuola?” la risposta è pressoché unanime e tutti affermano che sì, è cresciuta enormemente.
Diventa dunque interessante ragionare sulla permeabilità degli insegnanti agli allarmi sociali e alle retoriche che investono la scuola, spesso caratterizzate da una scarsa base empirica ma da un forte clamore ideologico.
In generale, gli insegnanti sono persone molto soddisfatte del loro lavoro; lo evidenziano numerose analisi comparate con altri impieghi e lo conferma anche la Quarta Insegnanti. Il 90% di loro rifarebbe lo stesso lavoro e gran parte di loro consiglierebbe questo percorso ai figli di amici.
D’altra parte, se il numero di episodi registrati dal 2008 a oggi rimane invariato, nonostante in questi anni si sia lavorato sul tema della violenza e del bullismo, significa che questo impegno nella prevenzione non ha prodotto gli effetti attesi?
È di pochi giorni fa un titolo che recitava: “Scuola, 500 docenti denunciati dai genitori e processati in 12 anni. All’estero il fenomeno non c’è”. Poi si fanno i conti e ci si rende conto che stiamo parlando di poco più di 40 casi all’anno! É un numero minuscolo, quasi fisiologico su un milione di lavoratori. Non può esserci un titolo così sui quotidiani, come se fosse il nuovo problema della scuola.
Lo sforzo deve essere quello di guardare la scuola per quello che è, mettendo da parte i clamori. La scuola è un importante fenomeno di massa che riguarda ciascuno di noi, e grazie alla Quarta Insegnanti possiamo darne una lettura ricca di dati. A partire da qui possiamo aprire ragionamenti più ampi e approfonditi, senza strillare e senza inseguire lo scoop.
Gianluca Argentin
Sociologo e valutatore, insegna Metodi quantitativi per la ricerca sociale e Valutazione di impatto dell’innovazione sociale all’Università degli studi di Milano-Bicocca. Si occupa prevalentemente di analisi su diseguaglianze educative e insegnanti e di valutazione di politiche in ambito scolastico. Ha pubblicato, con Il Mulino, il testo “Nostra scuola quotidiana. Il mutamento necessario”.





