Che cos’è il creative learning?
Avviene sia in classe che fuori, in compagnia e da soli.
Molto spesso nei contesti formali come la scuola tradizionale si apprende in modo rigido e lineare, finalizzato all’acquisizione di un programma prestabilito, mentre in ambienti informali – si pensi per esempio a laboratori, parchi, musei – il processo è spontaneo, libero e ammette la divagazione.
Un’idea ci ispira, sperimentiamo qualcosa, ci poniamo domande e continuiamo a sperimentare fino ad avere un ritorno che ci conduce al passaggio successivo. È un modo di imparare efficace e adatto a tutti, in qualunque ambiente, a qualunque età.
Parlando di apprendimento creativo lanciamo una piccola provocazione: vogliamo contaminare i modi spesso strutturati dell’apprendimento scolastico e formale con momenti destrutturati, che ammettono deviazioni, scarti, digressioni. Vogliamo enfatizzare le occasioni di divertimento, le ispirazioni di ognuno e le conseguenze impreviste delle esplorazioni. Vogliamo fornire spunti e strumenti insoliti – colori, materiali, immagini, ma anche dubbi, suggestioni, metafore – per giocare, perlustrare, riflettere e costruire connessioni.
Allo stesso tempo, il creative learning ridefinisce che cos’è l’insegnamento: l’insegnante diventa un facilitatore e una guida, che presta attenzione alle curiosità e alle idee degli studenti, senza necessariamente dover dare risposte, ma suggerendo i passi successivi per continuare nel processo di apprendimento. Si tratta dunque di una interazione tra lo studente, il facilitatore e i materiali, astratti o concreti che siano – poiché ciascuno è unico, ciascuno segue un proprio percorso.
Come può un docente in una scuola tradizionale applicare i principi dell’apprendimento creativo?
Tuttavia, non occorre rimpiazzare del tutto le modalità tradizionali, bensì chiedersi come un insegnante, con piccole azioni innovative, possa innescare in aula grandi trasformazioni.
Un semplice trucco è chiedere ai propri studenti che cosa già conoscono o cosa pensano dell’argomento che verrà affrontato: se, davanti a nuovi temi, si vedono offrire tempo e autonomia di pensiero, i bambini finiscono per porsi molte domande, scegliendo da soli quali sentieri seguire nel viaggio di esplorazione proposto e facilitato dall’insegnante. Questo approccio maieutico valorizza le loro competenze, li rinforza, li motiva, li coinvolge in modo diretto a partire da loro stessi, da ciò che già sanno, da ciò che desiderano sapere: il processo di apprendimento avviene molto più rapidamente e con maggiore profondità, perché le questioni vengono percepite come di interesse personale.
Argomenti del curriculum scolastico possono essere affrontati creativamente, ma è importante che non si tratti solo di “indorare la pillola” con un inizio accattivante che poi viene messo da parte nei mesi o negli anni successivi, tornando a un metodo frontale: è importante riproporre nel tempo esperienze creative che consolidino un pensiero libero e critico.
Nella nostra esperienza, chi ha adottato questo sistema si trova poi a lavorare con gruppi di ragazzi e ragazze brillanti che sono in grado di ragionare in autonomia, ponendosi interrogativi originali e perseguendo obiettivi di ricerca in modo particolarmente solido.
Che atteggiamento adotta l’insegnante creativo?
È vero che vi è una contraddizione: da un lato vogliamo essere certi che i bambini pensino in autonomia, dall’altro dobbiamo valutarli secondo parametri standard: questa tensione è ciò che rende sfidante il processo creativo.
Nella nostra lunga esperienza di ricerca all’Exploratorium di San Francisco, uno dei primi musei scientifici interattivi fondato nel 1969 da Frank Oppenheimer, abbiamo lavorato a lungo sui diversi ambienti di apprendimento, formali e informali, per comprenderne meglio il funzionamento e individuare i modi con cui incoraggiare gli insegnanti a uscire talvolta dai binari fidandosi di più delle proprie ispirazioni e del proprio istinto.
È lecito dire “Non conosco la risposta a questa domanda. Come possiamo fare per scoprirlo insieme?”. Ecco la potenza di questo approccio.
Praticamente, quale primo passo consiglierebbe agli educatori sul campo?
Che letture suggerirebbe agli insegnanti che vogliono saperne di più?
Quanto è importante, per voi, l’approccio interdisciplinare?
Il creative learning va oltre le etichette delle singole “materie” – arte, musica, scienza – ma accompagna i bambini a esplorare il mondo. E in questa esplorazione emergono spontaneamente il pensiero scientifico, quello artistico, quello letterario, senza per forza doversi definire.
Lavorare in modo interdisciplinare sblocca più interesse nei bambini: si creano occasioni che hanno a che fare con la vita nei suoi molteplici aspetti, stimolando curiosità differenti. Perché ciò accada è importante individuare la domanda concettuale a cui si fa riferimento e proporre, come accade nel tinkering, un approccio educativo basato sul “fare”, fornendo materiali (spesso di recupero) che facilitano l’esperienza, senza pensare di indirizzarla. Ogni bambino e bambina si confronterà con la domanda, usando a suo modo i materiali di partenza e arrivando a conclusioni proprie che approfondiscono il tema o lo ampliano. Quello che conta è la domanda iniziale.
Mike Petrich
È uno dei più forti sostenitori dell’apprendimento creativo a livello internazionale. Direttore del Cluster per l’apprendimento informale all’Exploratorium di San Francisco per più di vent’anni, con una formazione in education design and technology e una carriera tra arti visive, cinema e fotografia, ha portato la sua visione in contesti tra i più diversi: dalle scuole primarie ai musei, dalle carceri ai laboratori di ricerca, fino ai monasteri tibetani. Insieme a Karen Wilkinson ha ideato il tinkering, approccio pedagogico di riferimento a livello internazionale. Oggi guida un vero e proprio movimento globale dedicato all’apprendimento creativo insieme ai referenti del Lifelong Kindergarten al MIT di Boston.





