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Parola agli insegnanti

Simone Bertelegni: cono o cucurucho?

Tempo di lettura stimato: 5 minuti
27 Ottobre 2026

27 Ottobre 2026

Quali materie insegna? E in quale scuola?

Insegno spagnolo in una scuola media privata della mia città, Pavia. Per i ragazzi di prima, una materia nuova, che prevede un metodo di studio tutto da costruire. La mia scuola è un ambiente protetto e protettivo, ma anche esigente nei confronti dei docenti, che per esempio devono avere un approccio proattivo nei confronti degli alunni BES e investire molto sui metodi alternativi alla lezione frontale.

Perché ha deciso d’insegnare?

Non voglio vantare una vocazione che dubito di aver mai avuto. Ho sempre lavorato nel mondo editoriale, era il mio sogno e non mi pareva vero che si fosse realizzato. Ma dopo vent’anni di traduzioni, impaginazione e correzione di bozze, ho capito che era ora di cambiare, e l’idea della scuola era la più compatibile con la mia formazione. Anche perché ho sempre lavorato con i ragazzi, facendo come secondo lavoro (con passione) la guida turistica: credo di aver accompagnato per le strade di Pavia quasi mille scolaresche di tutta Europa. Proprio da lì sono partito per cominciare una seconda carriera. All’inizio ero pieno d’incertezza. Pensavo di aver abbandonato il lavoro della vita per un salto nel vuoto, poi la scuola mi ha dato serenità, soddisfazioni, voglia di rimettermi in gioco.

In effetti, dal rapporto Quarta insegnanti è emerso che il fenomeno dei Second career teachers è cresciuto enormemente dal 1990 a oggi. A scuola ha incontrato colleghi che, come lei, provengono da altri mondi? Se sì, le sembra che siano soddisfatti del cambio di direzione? Se lei dovesse tornare indietro, rifarebbe la stessa scelta?    

 

Sì, nel mio istituto conosco personalmente una ex libraia, un ex ingegnere informatico, un ex giornalista e un ex docente universitario, tutti soddisfatti del cambio di vita. Anch’io rifarei la stessa scelta, anzi, col senno di poi avrei potuto farla anche qualche annetto prima.

Come vive l’insegnamento?

Sarà banale, ma come una grande sfida, legata alle sfide particolari della mia materia. Sulle prime pensavo di spaccare il mondo e di insegnare ai miei ragazzi, nell’arco di tre anni, a parlare uno spagnolo scorrevole e ricco sui temi più svariati. Ho però capito quasi subito che gli obiettivi andavano ritarati: difficilmente tutti gli studenti di una classe, al termine del ciclo di studi, potranno parlare con un coetaneo spagnolo del più e del meno in maniera fluente. Stiamo parlando di una materia che per i ragazzi di prima è totalmente ignota; che prevede, da Indicazioni Nazionali, un programma vastissimo a fronte di due ore da cinquanta minuti a settimana di docenza, in classi numerose in cui per forza si deve dedicare del tempo anche a verifiche e interrogazioni; in cui per lungo tempo si dovrebbero insegnare categorie grammaticali che magari non sono state ancora assimilate nemmeno in italiano. Ma io non occupo una cattedra per ripetere a macchinetta le pagine del libro di testo. Se alla fine della terza media i miei ragazzi non avranno imparato l’imperativo negativo o che nelle proposizioni concessive si usa por invece di para, m’importa relativamente. M’interessa ben altro.

Per esempio?

Innanzitutto abituare i ragazzi a sentire sempre una persona parlare loro in spagnolo, fin dalla prima lezione; un’eccellente competenza passiva della lingua, questa sì, si può ottenere. Poi voglio che i ragazzi colgano i meccanismi profondi della lingua, cioè che facciano scelte (lessicali, morfologiche…) dimostrandomi di capire perché le fanno. E poi ancora, considerando che alle medie i ragazzi sono delle spugne, lavoro molto sul lessico. A ogni lezione riempio una o talvolta due lavagne di parole stabilendo continui collegamenti ad altri vocaboli che compaiono, per esempio, negli esercizi, nei fatti importanti del giorno prima, in aneddoti raccontati dai ragazzi. Quando sono “falsi amici”, fanno parte di un proverbio o hanno un suono comico all’orecchio italiano, rompono anche un po’ la monotonia della lezione e ci si può abbandonare a qualche risata, che però spesso aiuta la memoria.
Per esempio, in collaborazione con i docenti di scienze ho dovuto parlare, in spagnolo, dei vulcani. A un certo punto dovevo descrivere il cono vulcanico, che in spagnolo si dice sempre cono, ma non ci ho pensato un secondo e ho aperto subito una parentesi: “Occhio! In gelateria, mi raccomando, se volete un cono dovete chiedere un cucurucho”. Sapevo che la parola avrebbe fatto ridere i ragazzi; hanno riso eccome, però sono certo che, se andranno in gelateria in Spagna, ordineranno un cucurucho, non un cono (a meno che non siano della squadra rivale, il Team Coppetta).   

Voglio che i ragazzi colgano i meccanismi profondi della lingua, cioè che facciano scelte (lessicali, morfologiche…) dimostrandomi di capire perché le fanno. 

Quali metodi usa per trasmettere le nozioni più noiose in maniera leggera e coinvolgente?

Non ho nessuna bacchetta magica; le lezioni noiose ci sono, ma cerco di applicare il caro vecchio buonsenso e il collaudato bilanciamento tra serio e faceto. Non voglio che i miei studenti prendano la materia sottogamba; però la dimensione ludica, spesso, serve molto di più delle minacce. I miei ragazzi, per esempio, catalogano gli errori che considero più gravi aggiornando una speciale galería de los horrores personale. Ognuno di loro ha creato delle slide con Canva, in continuo aggiornamento e “allungamento”, con sfondi e icone “orripilanti” (tombe, zombie, coltelli insanguinati, ragnatele, il logo del Real Madrid… va a gusto), su cui vengono man mano appuntate le nefandezze da evitare a tutti i costi. Oppure ancora, per provare loro le coniugazioni verbali, facciamo il gioco del serpente: a turno, in un ordine che percorre la classe come una sorta di biscia, ognuno deve coniugare la persona di un verbo che io propongo all’infinito, in un tempo verbale indicato da me; chi sbaglia si siede, e il compagno successivo prosegue; il serpente si accorcia sempre di più fino a quando rimane un unico vincitore. Mi piace proporre anche giochi a squadre, soprattutto enigmistici. Ogni classe è suddivisa in varie squadre che hanno i nomi di Real Madrid, Barcellona, Athletic Bilbao… c’è una vera e propria Liga per ogni classe e alla fine dell’anno proietto sulla LIM la classifica finale, in un clima da stadio.

L’intelligenza artificiale è una sfida?

Per un insegnante di lingua è semplice scoprire se un alunno ha usato l’intelligenza artificiale, almeno fino a quando gli studenti non impareranno a digitare prompt che contengano anche comandi come “inserisci apposta qualche errore che tipicamente commetterebbe un alunno di xxx media di madrelingua italiana”. Non mi sento di negare ai miei studenti uno strumento di cui non potranno fare a meno per decenni di vita lavorativa; come tutte le cose, non è cattiva in sé, ma eventualmente cattivo è l’uso che se ne fa. Se mi dimostrano di farne un uso intelligente, ben venga l’IA.
Quanto a me, la uso eccome. Per esempio, è uno strumento eccezionale per creare esercizi per gli alunni con BES. In un tempo infinitesimale, consente di produrre da zero materiale didattico con livelli di personalizzazione estrema (letteralmente ritagliato sul singolo alunno). Facciamo un esempio: voglio creare per uno studente con forti difficoltà di letto-scrittura e grosse carenze cognitive un quiz interattivo, un minivideo, una storia a fumetti con un font ad alta leggibilità o un esercizio di associazione testo-immagini esattamente con le parole, le regole e le immagini che voglio io (perché le ritengo più importanti, perché sono certo di averle usate in classe, perché sono legate agli hobby del mio alunno…): se non trovo niente di simile su un libro di testo e non so disegnare, adesso ho una soluzione alternativa inconcepibile anche solo un paio d’anni fa; sarebbe autolesionismo non approfittarne. Cerco di usare spesso vari strumenti digitali (IA, Canva, YouTube, Kahoot!, in generale la LIM…), ma ogni tanto fa bene anche la cara vecchia manualità. Come compito di Natale in prima media, i miei studenti devono realizzare un tió de Nadal, una tipica figuretta in legno della tradizione natalizia catalana: è facilissima da fare, bastano qualche ramo, dei pezzetti di stoffa, colla e dei pennarelli, e poi esponiamo i tions in classe e chiediamo loro di portarci in dono dolciumi cantando una tipica filastrocca (che purtroppo diventa, per qualche giorno, l’incubo dei genitori).

Le sue esperienze lavorative precedenti al di fuori della scuola influenzano il suo lavoro?

Sì e no. Il lavoro in editoria mi ha di certo permesso di continuare a praticare le lingue straniere e mi ha allenato all’accuratezza e al rispetto delle scadenze. Le mie competenze in grafica e impaginazione avrebbero potuto tornare buone, ma nel mondo della scuola Canva e l’IA rendono semplicemente inutile che un docente sappia maneggiare complessi software editoriali. Il lavoro di guida turistica, invece, è una palestra eccezionale (infatti continuo a svolgerlo, quando posso); allena ad adattare le spiegazioni al pubblico che si ha di fronte; per esempio, la basilica di San Michele, una delle più importanti chiese di Pavia, l’ho illustrata a bambini delle elementari, delle medie, di ogni tipo e anno di scuola superiore, a stranieri digiuni di storia italiana, ad adulti di qualsiasi profilo culturale, ovviamente usando parole, immagini, gestualità e drammatizzazione sempre in maniera diversa e adattata. Tutto ciò aiuta tantissimo anche a scuola. Ovviamente la fusione perfetta si ha quando faccio da guida in città ai ragazzi della mia scuola…

Crede che un insegnante possa fare la differenza?

Sì, lo so per esperienza personale. La mia vita non sarebbe stata la stessa senza  la mia maestra elementare; sono andato a trovarla per decenni, fino a pochi giorni prima della sua morte, e le ho sempre detto quanto le dovevo, in primis in termini di educazione (oserei dire disciplina). Lo stesso è capitato, ma in scala molto minore, con alcuni miei professori delle scuole medie e superiori e dell’università. Io non ho la presunzione di diventare un mentore per i miei studenti, ma ci tengo a trasmettere quella che ritengo essere la piacevolezza della mia materia, e ogni singolo alunno che sceglie la scuola superiore anche in funzione della possibilità di continuare a studiarla è una medaglia appuntata al petto.

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