1. Home
  2. /
  3. Intervista
  4. /
  5. Un anno di scuola: amicizia,...
Scena dal film "Un anno di scuola" distribuito da Lucky Red
13 Marzo 2026
12 marzo 2026

Un anno di scuola: amicizia, desiderio e diversità di genere

Un film che dà voce a ragazze e ragazzi

Intervista a Laura Samani,
regista e sceneggiatrice
Tempo di lettura: 10 minuti
Nel 1929 esce il romanzo breve e in parte autobiografico di Giani Stuparich, "Un anno di scuola", che ripercorre le esperienze dell’autore nel liceo classico Dante Alighieri di Trieste, dove prima studiò e poi insegnò. La storia si svolge nell’anno scolastico 1908-1909, nella Trieste ancora asburgica, e racconta l’arrivo a scuola di una ragazza che, per prima a quel tempo, accede all’ultimo anno di ginnasio, propedeutico agli studi universitari. Unica femmina in una classe maschile, finirà per attirare l’attenzione dei compagni e scardinare le dinamiche di un gruppo di amici che ne resteranno conquistati. Ma lei ne pagherà il prezzo. A questo romanzo si è ispirata, attualizzandolo, la regista Laura Samani per il suo omonimo film, di prossima uscita nelle sale e presentato all’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Perché ha scelto una storia ambientata in una scuola e perché in un istituto tecnico?
Il film è un adattamento molto libero del romanzo di Stuparich che narra di un liceo classico, nella Trieste di inizio secolo. All’epoca c’era una distinzione più netta dei generi. Per una ragazza iscriversi al liceo classico con l’ambizione, un domani, di accedere all’università era un fatto eccezionale. Fu l’Austria a prendere la felice decisione di aprire gli studi alle donne. L’ambientazione del film cent’anni dopo, nell’anno scolastico 2007-2008, è legata a un elemento autobiografico, perché quello è il mio ultimo anno di scuola superiore. Ma all’epoca il liceo classico era già completamente misto, quindi abbiamo pensato che, per raccontare le asimmetrie tra ragazze e ragazzi nell’esprimere se stessi e vivere il proprio desiderio, fosse meglio ambientare la storia in un istituto tecnico, proprio per avere una classe con una credibile sproporzione tra maschi e femmine.
Lei ha un rapporto forte con il testo di Stuparich. Quando lo ha letto?
L’ho letto mentre studiavo, proprio al liceo Dante Alighieri di Trieste, lo stesso in cui si svolge il racconto e dove ha studiato Stuparich. La mia classe era perfettamente equilibrata, eravamo quindici femmine e quindici maschi. Ero però l’unica ragazza a frequentare un trio, anzi un quartetto di soli maschi. Quindi mi trovavo in una posizione di diversità, di estraneità di genere. All’epoca mi aveva colpita la puntualità del libro nel descrivere alcune dinamiche, il fatto che ragazzi e ragazze non parlassero la stessa lingua. Leggere a scuola, per la prima volta, qualcosa che parlava di noi, lì, in quel momento, è stato un salto quantico a livello emotivo e psicologico. Poi mi è successo di riprenderlo durante il lockdown per la pandemia, e ho iniziato subito a fantasticare, leggendolo sotto forma di film.
Se il film fosse stato ambientato nel 2026, avreste cambiato qualcosa?
La dinamica interpersonale tra i personaggi sarebbe stata molto diversa. Il 2007-2008 rappresenta un momento particolare, non solo per i protagonisti, che finiscono la scuola e dunque vivono un passaggio generazionale importante, ma anche per la città di Trieste – la Slovenia entra nello spazio Schengen, cambiando la percezione dei confini – e per il mondo: la crisi economica negli Stati Uniti sta per abbattersi con effetto domino anche in Europa. E, forse ancora più sconvolgente, i social stanno per rivoluzionare le nostre vite.
Dopo le proiezioni spesso non hanno domande, ma un desiderio di condividere il loro vissuto. Perché le ragazze e i ragazzi hanno tantissimo da dire, e un film come questo offre loro la possibilità di rispecchiarsi e aprirsi.
Il tema di genere, in questa storia, è fondamentale. Nel romanzo la protagonista dice che vorrebbe essere “semplicemente un compagno”.
Nel romanzo il conflitto è legato al diritto allo studio: Edda, la protagonista, è la prima, un’apripista che ha preparato quattro anni di greco e latino privatamente, un’impresa molto ambiziosa. E ce la fa, la sua volontà vinse, dice proprio Stuparich nelle prime pagine. Cent’anni dopo, il diritto allo studio non conosce – o non dovrebbe conoscere – barriere di questo tipo. Per noi era importante rappresentare in modo credibile l’estraneità di genere, e per farlo abbiamo pensato di farla derivare da un contesto culturale, politico e linguistico diverso. Ci piaceva l’idea che questa ragazza, Fred nella trasposizione cinematografica, fosse molto emancipata, convinta delle sue opinioni, e che volesse trattare alla pari con i maschi. Per questo l’abbiamo fatta venire dalla Svezia. Siamo partite dall’idea che ragazzi e ragazze desiderano le stesse cose, ma la libertà di espressione di questo desiderio è ancora condizionata dal genere. A Fred, la protagonista del film, viene detto di continuo: “Se vuoi essere una di noi, allora non devi essere femmina”. Chiaramente, stiamo parlando di dinamiche cisgender, di maschi che si identificano come maschi e a cui piacciono le femmine, e viceversa.
Il cinema può avere un ruolo in campo educativo?
Può offrire di certo un contributo dal punto di vista del dialogo, nel senso che in questo momento storico siamo alla ricerca del soggetto cui attribuire tutte le responsabilità educative: spettano alla scuola? Alla famiglia? A un film? A me interessa il confronto, il rilancio continuo per trovare risposte insieme. Io ho il lusso di poter usare il cinema come palestra di ricerca del senso, senza però arrivare mai a un punto in cui dico “ah, ecco la chiave, la risposta al segreto”. Se fosse così semplice avremmo risolto un sacco di problemi…
AI e scuola, intervista a Mario Rasetti
Scena dal film Un anno di scuola distribuito da Lucky Red
Come ha scelto la scuola dove girare il film?
Io preferisco sempre le location dal vero. Dopo aver visto vari istituti, alla fine abbiamo optato per l’Istituto Professionale Galvani: aveva un’ala con un corridoio non in uso in quel momento, che ci avrebbe consentito di girare scene non troppo claustrofobiche. Abbiamo girato in orario scolastico, mentre negli altri corridoi c’erano lezioni, ricreazione, campanelle. Ma la cosa più bella è che in questa scuola, tra i vari indirizzi, c’è quello in servizi culturali e dello spettacolo. È stata una felice coincidenza. Non abbiamo solo fatto il set, ma grazie all’impegno della scuola, della produzione e della Film Commission, abbiamo attivato il PCTO (Percorso per le Competenze Trasversali e l’Orientamento), l’ex alternanza scuola-lavoro: è stato il primo caso in regione, forse in Italia. Diverse classi hanno partecipato attivamente alle riprese: per la realizzazione del backstage, o nel reparto produzione rendendosi utili per esempio per i blocchi sul set all’interno della scuola, e anche nel reparto di scenografia e regia, a supporto della troupe. E molti hanno fatto da comparse. Un set professionale di quelle dimensioni, anche poliglotta, per chi sta studiando la teoria e facendo i primi cortometraggi, è stato un’opportunità formativa enorme.
Ci sono pochi adulti nel film. La professoressa di matematica è un personaggio importante.
Ho avuto insegnanti molto in gamba, ma lei non assomiglia a nessuno dei miei professori. È stato un po’ come chiedersi: “Che tipo di prof avremmo voluto noi?”. Questa è la cosa bella del cinema: puoi riscrivere la storia. Nel film la professoressa ideale è quella di matematica, perché ho tratto ispirazione dal bel saggio di Chiara Valerio, La matematica è politica, in cui affronta la matematica in chiave filosofica. Nel film ci interessava parlare con accortezza delle cose, saperle osservare nella loro complessità. A me piaceva pennellare gli adulti con tratti precisi ma sintetici, perché la storia non è su di loro ma sui ragazzi. Quindi le poche battute, le poche interazioni dovevano essere a fuoco. Nell’ultima scena, la professoressa, interpretata da Silvia Gallerano, parla a Fred e le dice di non lasciarsi scivolare le cose addosso, ma di riprendere in mano la sua vita e non perdere tempo. La battuta è proprio di Silvia. Quando facemmo i provini, chiedemmo di improvvisare — “Cosa diresti a una ragazza cui è successo tutto questo?” — e lei disse quella frase. Mi convinse per la sua verità, perché è di una persona che ci è passata e ha capito.
Per l’uscita in sala del film sono previste proiezioni con le scuole. Cosa si augura che lasci questo film ai ragazzi?
Se sono vicini all’età dei personaggi, mi piacerebbe che ne uscissero sentendosi meno soli, nel caso alcune di queste esperienze assomigliassero alle loro. Com’è successo a me leggendo il libro. Se gli spettatori sono un po’ più avanti con l’età, vorrei che pensassero con più clemenza ad alcune esperienze, e magari mandassero un messaggio ai vecchi amici se si sono persi i contatti. Fino a ora la restituzione nelle proiezioni con le scuole è stata molto calorosa. In generale, il fatto che i ragazzi siano felici, che applaudano alla fine per me è già qualcosa, perché non è scontato che, con un racconto di inizio Novecento ambientato vent’anni fa, il film parli ai giovani di oggi. Ma le adolescenze sono sempre uguali, anche se cambiano epoche e tecnologie. Dopo le proiezioni spesso non hanno domande, ma un desiderio di condividere il loro vissuto. Perché le ragazze e i ragazzi hanno tantissimo da dire, e un film come questo offre loro la possibilità di rispecchiarsi e aprirsi.


Il distributore del film Un anno di scuola, Lucky Red, mette a disposizione degli inseganti materiale didattico di approfondimento sul film.

Emilia Bandel

Laura Samani

È nata nel 1989 a Trieste. Il suo primo lungometraggio, Piccolo corpo (2021), è stato presentato in anteprima a La Semaine de la Critique di Cannes. Il film è stato riconosciuto come Film della Critica 2021 dall’Unione Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI) e ha ricevuto premi in numerosi festival. Nel 2022, Laura Samani ha vinto il David di Donatello come miglior regista esordiente e lo European Film Award come Scoperta Europea. Un anno di scuola è stato presentato all’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia in competizione ufficiale nella sezione Orizzonti, riscuotendo successo di pubblico e il plauso della critica.

Articoli suggeriti